domenica 19 febbraio 2012

Tornado avvistato dalla NASA sulla superficie del Sole. Il video del fenomeno.

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Il Solar Dynamics Observatory della NASA, che registra costantemente video in alta definizione del Sole, ha catturato delle incredibili immagini di un tornado sulla superficie solare. Il video del tornado mostra vorticose fontane di plasma che strisciano sulla superficie della nostra stella durante un periodo di 30 ore tra il 7 e l’8 Febbraio. Ma a differenza dei tornado terrestri che sono basati esclusivamente su fenomeni legati al vento, le trombe d’aria di plasma avvistate sul Sole sono modellate dal potente campo magnetico della nostra stella. Nel video il materiale di plasma che presenta temperature inferiori appare più scuro sullo sfondo luminoso.  La sonda SDO ha registrato il video nella gamma ultravioletta estrema dello spettro della luce, dando al film una tonalità giallo inquietante. La NASA ha rilasciato il nuovo video per celebrare il secondo anniversario della missione della sonda, lanciata l’11 febbraio 2010. Costata 850 milioni di dollari, la navicella sta affrontando una missione quinquiennale al fine di registrare video ad alta definizione, e per aiutare gli astronomi a comprendere come i cambiamenti del ciclo solare possano influire sulla vita della Terra. Come più volte ribadito il Sole si trova nel suo ciclo 24 e raggiungerà il picco della sua massima attività nel 2013.

di Renato Sansone


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Mentre l’Europa gela, Groenlandia e Islanda fanno i conti con un clima quasi estivo e un disgelo anticipato.

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Mentre l’Europa rimane a fare i conti con il gelo e le nevicate non si può dire altrettanto per la Groenlandia e l’Islanda, che da settimane continuano a sperimentare anomalie termiche positive davvero considerevoli. Difatti, i possenti “blocking” che si sono creati sul nord Atlantico nei giorni scorsi, hanno fatto risalire masse d’aria, fino alle latitudini artiche, correnti d’aria molto miti e umide, d’estrazione sub-tropicale oceanica. Sono state queste poderose avvezioni calde, che hanno investito in pieno il Plateau ghiacciato della Groenlandia e l’Islanda, con intensi venti sud-occidentali, a irrobustire il promontorio anticiclonico azzorriano che durante le scorse settimane si è esteso verso la Scandinavia, legandosi con le propaggini più occidentali dell’anticiclone termico russo-siberiano che ha fatto piombare l’Europa in una cruda fase invernale che non si riscontrava da diversi anni (in una forma cosi diffusa e duratura). Cosi, con lo spostamento verso levante del baricentro dell’alta pressione delle Azzorre, l’Atlantico settentrionale, nei giorni scorsi, è stato solcato da impetuose correnti meridionali che hanno trasportato masse d’aria piuttosto miti dalle latitudini sub-tropicali fino alle regioni artiche, innescando grandi anomalie termiche positive su un‘area piuttosto vasta che vanno a contrapporsi con le importanti anomalie termiche negative registrate in queste ultime settimane su buona parte d‘Europa. In Islanda le tiepide correnti meridionali, provenienti dalle latitudini sub-tropicali atlantiche, stanno regalando un clima simil primaverile, con temperature quasi sempre sopra gli zero gradi.

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Addirittura, nel settore settentrionali dell’isola vulcanica, nei giorni scorsi si sarebbero superati diffusamente anche i +11° +12°. Tali valori sono stati indotti anche dall’effetto favonio determinato dagli intensi venti meridionali che sono costretti a scendere dall’altopiano montuoso interno, riscaldandosi ulteriormente (per compressione adiabatica) già prima di raggiungere le zone costiere del nord. Stiamo parlando di cifre quasi estive per queste latitudini. Le temperature elevate, con picchi over +10° +12°, di questi giorni stanno fondendo buona parte del manto nevoso accumulato, creando disgeli anticipati che stanno ingrossando molti corsi d’acqua. Ormai in molte aree dell’Islanda la neve alle basse quote è quasi del tutto sparita, con il terreno denudato. Ma basta dare un’occhiata alle temperature massime registrate mercoledi 15 Febbraio in tutto il territorio islandese per capire la portata di questa avvezione d’aria calda che sta investendo l’isola; Dalatangi +12.6°, Skjaldthingsstadir +11.8°, Akureyri +11°, Akurnes +10.5°, Bergstadir +8.5°, Bolungavik +8.0°, Stykkisholmur +7.6°. Nella capitale Reykjavik la temperatura massima si è attestata a soli +7.2°. Si tratta di valori ampiamente superiori rispetto alle tradizionali medie stagionali, possiamo definirli quasi estivi.

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In molte di queste località elencate il manto nevoso al suolo è ormai assente da inizio mese. Anche la Groenlandia non è stata risparmiata da questa intensa rimonta calda che è penetrata fin dentro l’altopiano interno ghiacciato. Tra i valori più scandalosi per la stagione invernale qui spiccano gli incredibili +15.1° toccati da Narsarsuaq e i +9.2° stabiliti dalla stazione di Godthaab / Nuuk nella giornata di lunedi 13 Febbraio. Anche qui ci troviamo dinnanzi a temperature molto elevate per il periodo. L’aria mite, come detto, è riuscita a penetrare anche sopra il Plateau ghiacciato groenlandese, ad oltre 2000-3000 metri di altezza, con intensi venti meridionali, in genere da SO o da S-SE, che hanno generato il repentino aumento termico, con cifre veramente eclatanti. Su tutti i -0.9° di massima raggiunti, lo scorso lunedì 13 Febbraio, dalla stazione di Dye2, posta sul Plateau groenlandese, ad una altezza di oltre i 2000 metri. Temperature di quasi +0° a 2000 metri di altezza, nei pressi del Circolo Polare Artico, in piena stagione invernale, sono quasi impensabili.

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Bisogna anche sottolineare che nelle giornate di lunedi 13 e martedi 14 tutto l’altopiano della Groenlandia è stato spazzato da intensi venti meridionali che hanno contribuito a scalzare l’aria gelida che vi stazionava, rompendo lo strato di inversione termica preesistente che assicurava termiche largamente negative. La stazione di Dye2, per esempio, lunedi 13 Febbraio ha registrato un intenso vento da SO che ha soffiato con una intensità media sostenuta di 47.9 km/h nell’arco delle 24 ore. Questo elemento ha inciso non poco nel favorire una massima di ben -0.9° ad oltre 2000 metri di quota, sopra il Plateau. In Groenlandia le anomalie termiche positive stanno lentamente rientrando solo in questi ultimi giorni. Le temperature stanno gradualmente scivolando largamente sotto la soglia degli 0° su tutta la Groenlandia per una discesa di aria gelida che dall’altopiano interno si verserà sopra l’Atlantico settentrionale e il mar di Norvegia, per gettarsi sulle isole Britanniche, Norvegia e paesi della MittelEuropa entro la giornata di lunedi.

di Daniele Ingemi

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sabato 18 febbraio 2012

Immensa nuvola di polvere sahariana invade l’Atlantico tropicale; le immagini del satellite NASA.

La spettacolare nuvola di polvere
sahariana sopra Capo Verde e
l'Atlantico tropicale (fonte NASA)
Il poderoso ponte anticiclonico che si è venuto a costruire sopra l’Europa centro-settentrionale, fra l’alta pressione delle Azzorre e le propaggini più occidentali dell’anticiclone termico russo, oltre a far piombare nel gelo l’intero vecchio continente, ha determinato un netto rinvigorimento dei secchi e polverosi venti di “Harmattan” (che non sarebbe altro che il corrispondente dell’Aliseo di NE sopra il deserto del Sahara) su tutta la regione del Sahara occidentale e lungo l’Africa sub-sahariana. La notevole differenza di pressione che si è venuta a determinare tra l’area sahariana, sede del robusto anticiclone sub-tropicale del Sahara (che in questo periodo arretra poco a nord del golfo di Guinea), e l’Africa centrale, dove permangono le basse pressioni di origine termica che danno luogo all‘intensa attività convettiva che caratterizza tutta la fascia equatoriale, hanno generato un ulteriore intensificazione dei venti di “Harmattan”, che per giorni e giorni hanno spazzato i deserti del Ciad, del Niger, del Mali e della Mauritania, con intensi venti da E-NE e NE, che hanno raggiunto i 50-60 km/h.

Passando sopra le zone desertiche i sostenuti venti di “Harmattan” hanno sollevato per aria ingenti quantità di polvere e pulviscolo desertico, producendo delle vere e proprie nuvole di polvere che si sono mosse in direzione delle coste dell’Africa occidentale. In molte località dell’Africa occidentale, specie fra Niger, Mali, Burkina Faso, Mauritania, Senegal e nella regione separatista del Sahara occidentale, le tempeste di polvere, prodotte dagli intensi venti nord-orientali provenienti da cuore del Sahara, hanno determinato drastiche riduzioni della visibilità orizzontale, creando non pochi disagi, soprattutto per il traffico aereo, con molti aeroporti chiusi e decine di voli cancellati per la pessima visibilità.

(Fonte Nasa)
Le nuvole di polvere, sotto la spinta degli intensi venti da E-NE, si sono poi propagate verso l’Atlantico tropicale, raggiungendo persino l’arcipelago di Capo Verde, dove l’enorme quantità di polvere in sospensione ha oscurato il cielo per diversi giorni, dandogli un aspetto giallastro e fosco. La polvere ha anche causato una riduzione della visibilità orizzontale in tutte le isole di Capo Verde, regalando dei paesaggi a dir poco surreali ai tanti turisti presenti nell’arcipelago africano che si aspettavano di vedere delle belle giornate di sole. Il fenomeno è stato ripreso pure dai satelliti della NASA che hanno immortalato l’enorme nuvola di polvere che dal Sahara occidentale si è allontanata verso l’Atlantico tropicale, coprendo i cieli di Capo Verde.

Le immagini fornite dall’Agenzia Spaziale statunitense sono davvero spettacolari. A Praia i venti da NE hanno soffiato con una intensità media sostenuta di oltre i 40-45 km/h. Analoghe velocità si sono raggiunte nelle altre isole dell’arcipelago, perennemente investite dal soffio del costante Aliseo di NE che esce di gran carriera dalle coste dell’Africa occidentale. La grande nuvola di sabbia poi si è spinta in mezzo all’Atlantico tropicale, offuscando i cieli per centinaia di miglia, fino a raggiungere il tratto di oceano a largo di Trinidad e Tobago, la Guyana e il Suriname. A volte, nelle situazioni più congeniali, in mancanza di una solida corrente a getto alle alte quote, la polvere sahariana può raggiungere l’area caraibica e persino il bacino dell’Amazzonia. Lo dimostrano anche recenti studi che evidenziano la presenza di tracce di polvere sahariana nel sottosuolo della grande foresta amazzonica, uno dei più grandi polmoni verde del nostro pianeta.

di Daniele Ingemi - www.meteoweb.eu

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Scossa di terremoto nel Mar di Sicilia - 18/02/2012 ore 15.42

Fonte: www.ingv.it
Alle 15:42 una scossa di terremoto di magnitudo 3.3 Richter è stata registrata dalla Rete Sismica Nazionale dell'INGV nel distretto sismico del Mar di Sicilia. Il sisma si è verificato ad una profondità di 84.7 km alle seguenti coordinate 36.217° N - 12.583° E.

Link evento: www.ingv.it

Link lista ultimi terremoti: www.ingv.it

Un vortice luminoso a nord del mare di Bering.

Credit: US Defense Meteorological
Program satellite
Nelle notti tra il 14 ed il 15 Febbraio si sono avute delle sorprese con poco preavviso, dell’attività geomagnetica intorno al circolo Polare Artico, dove si sono verificate delle aurore boreali più forti di quanto si potesse immaginare, definite da alcuni come le migliori degli ultimi mesi. Al culmine dell’evento, il satellite US Defense Meteorological Program ha fotografato un vero e proprio vortice delle luci settentrionali a nord del mare di Bering

Come detto, il motivo di tale evento non è ancora completamente chiaro in quanto non è stato associato ad espulsioni di massa coronale. Tutto è cominciato il 14 Febbraio, quando la perturbazione magnetica si è increspata intorno al Circolo polare Artico. Una volta iniziato, il disturbo è stato amplificato dalle azioni del campo magnetico interplanetario (IMF) vicino alla Terra. Il vento solare al momento appare in diminuzione.

Di Renato Sansone 

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domenica 12 febbraio 2012

Una misteriosa struttura metallica nel bacino sotterraneo del lago subglaciale Vostok

Fonte: www.ecplanet.com
Gli scienziati lo stanno studiando ormai da diversi anni, tuttavia le sorprese non mancano. Si tratta dei misteri celati dal lago Vostok, un bacino sotterraneo del continente antartico scoperto negli anni Settanta, vecchio di almeno 20 milioni di anni ed esteso più o meno come il lago canadese Ontario: 250 km di lunghezza per circa 50 di larghezza, profondo oltre mille metri e ricoperto da strati di ghiaccio fra i quali i più recenti risalirebbero ad almeno 12mila anni fa, ovvero più di 3.000 metri di spessore glaciale, dove dopo oltre trent'anni di lavoro, le trivelle russe hanno finalmente terminato l'impiego. Ed è solo uno dei 70 laghi sotterranei presenti nel bacino antartico. 

Un territorio già di per se caratterizzato da un alone di mistero, al quale si aggiungono altrettanto misteriosi accadimenti nel corso degli ultimi anni, come la sparizione - senza lasciare traccia - della squadra di ricercatori che attualmente era assegnata allo studio del territorio in questione, riapparsa d'improvviso, dopo oltre una settimana di assoluto silenzio. 

Con il termine dei lavori di perforazione ed il raggiungimento della superficie del lago sotterraneo, iniziano ora gli studi scientifici. Gli esperti dicono che il lago potrebbe celare un tesoro biologico la cui scoperta equivarrebbe al raggiungimento della Luna.

Certamente - dicono gli scienziati - l'acqua del Vostok può essere considerata di una purezza senza pari al mondo, totalmente incontaminata rispetto all'ambiente terrestre, con le caratteristiche di un ecosistema e forme di vita risalenti ad almeno 20 milioni di anni indietro nel tempo. Si pensi che in alcune zone del lago, la temperatura dell'acqua misura circa 30°.

Come si spiega? Secondo gli scienziati, il lago è situato in una zona dove la crosta terrestre è più sottile, da qui l'acqua temperata. Di fatto, le acque del Vostok potrebbero celare forme di vita aliene rispetto all'ambiente odierno. In sostanza: un mondo sconosciuto, una sorta di "endopianeta" in cui il ciclo dell'acqua potrebbe essere completo, e con forme di vita complesse. Sicuramente con forme di vita batteriche.

Con tutto ciò, i ricercatori hanno espresso anche l'ipotesi che questo sistema, fermo a 20 milioni di anni fa, potrebbe non essere compatibile con il mondo di oggi. Un qualche elemento proveniente dall'esterno potrebbe anche pregiudicare l'equilibrio esistente e sterminare letteralmente le forme di vita contenute.

Per questo, le operazioni di analisi delle acque del Vostok dovranno essere effettuate con la massima cautela. A tale proposito è già stato messo a punto un sistema per cui l'acqua da analizzare verrà prelevata tramite un foro attraverso cui la pressione spingerà il liquido verso l'alto.

Uno studio particolare verrà poi dedicato alla singolarissima attività magnetica. Nella zona sud-occidentale del lago, i ricercatori hanno individuato la presenza di una fortissima anomalia magnetica, al momento inspiegabile, estesa per una superficie di 105km per 75. Alcuni rilevamenti hanno evidenziato la presenza di un elemento metallico di grandi dimensioni, di forma circolare o forse cilindrica alla base del lago.

Gli appassionati di ufologia si dicono convinti che questa presenza potrebbe rivelare un gigantesco disco volante rimasto intrappolato nei ghiacci. È comunque un fatto che tale elemento sia di natura solida, dal profilo regolare, e che sul luogo sono già intervenuti gli addetti della sicurezza nazionale americana (NSA) che ha secretato l'intera zona e vietato l'accesso a chiunque non sia espressamente autorizzato.




Link articolo:  www.ecplanet.com/node/3045 di Edoardo Capuano

E per pasto, asteroidi e pianeti. La "dieta" del nostro buco nero.

Fonte: Nasa
Non solo gas e polveri tra ciò che viene continuamente ingurgitato da Sagittarius A*, il gigantesco buco nero al centro della nostra Galassia. Secondo il lavoro condotto da un team di astrofiscici utilizzando i dati dell'osservatorio Chandra della NASA, in esso precipitano con grande frequenza asteroidi e, più raramente, persino pianeti.

di Marco Galliani - Inaf (Istituto Nazionale di Astrofisica)

Il gigantesco buco nero che si trova al centro della Via Lattea, così come i suoi simili sparsi nell’universo, è talmente vorace da divorare tutto quello che gli capita a tiro. Gas e polvere in gran quantità. E questo era noto già da tempo. Secondo le indagini condotte grazie all’osservatorio orbitante Chandra della NASA, nella sua ‘dieta’ abituale pare ci sia anche una buona dose di asteroidi. Questa ipotesi potrebbe spiegare le frequenti impennate registrate proprio da Chandra nel flusso di raggi X provenienti da Sagittarius A*, la sorgente di radiazione di alta energia nel cuore della nostra Galassia dove si anniderebbe un buco nero supermassiccio.

Questi ‘flare’ – come vengono chiamati dagli addetti ai lavori - sono molto frequenti: avvengono infatti all’incirca una volta al giorno, con aumenti del flusso di raggi X che per qualche ora possono raggiungere anche le 100 volte quello che è il livello normale della radiazione normalmente emessa dalla sorgente. Fenomeni analoghi sono stati osservati nell’infrarosso anche dal Very Large Telescope dell’ESO in Cile.

“Ci sono stati finora molti dubbi sulla presenza di asteroidi in un ambiente così ostile quale è quello che circonda un buco nero supermassiccio”, ha detto Kastytis Zubovas dell’Università di Leicester nel Regno Unito, primo autore del lavoro in corso di pubblicazione su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. “La cosa eccitante è che il nostro studio suggerisce la presenza di un gran numero di questi corpi celesti per riuscire a produrre questi flare”.

Così tanti che per il team di ricercatori intorno a Sagittarius A *c’è addirittura una vera e propria nuvola, composta di migliaia di miliardi tra asteroidi e comete, strappati via dalle loro stelle madri. E quelli che vengono a transitare a meno di 150 milioni di chilometri dal buco nero, più o meno quella che è la distanza tra la Terra e il Sole, verrebbero sbriciolati dalle forze di marea esercitate dal suo intenso campo di attrazione gravitazionale . Questi frammenti verrebbero poi vaporizzati dall’attrito con il tenue flusso di gas ad altissima temperatura che fluisce costantemente verso il buco nero, proprio come accade a una meteora nella sua cosra attraverso l’atmosfera terrestre. In questa fase viene prodotto un flare e quello che rimane dell’asteroide viene poi inghiottito dal buco nero.

Nel loro lavoro gli scienziati hanno anche stimato la dimensione minima dei ‘bocconi’ di materiale in grado di produrre gli effetti registrati da Chandra: circa 10 chilometri di raggio. Certo Sagittarius A* divora continuamente anche pezzi più piccoli, ma gli effetti sarebbero troppo deboli per poter essere osservati. ”Abbiamo stimato che poche migliaia di miliardi di asteroidi sono stati finora ingurgitati dal buco nero nei 10 miliardi di anni di vita della galassia” sottolinea Sera Markoff dell’Università di Amsterdam, coautore dell’articolo. “Solo una piccola frazione del totale sarebbe stato quindi consumato, e riteniamo che difficilmente questo serbatoio si sia esaurito”.

Tutto questo riguarda gli asteroidi. Ma la stesa fine potrebbe toccare anche a corpi di dimensioni maggiori, come ad esempio pianeti di tipo roccioso. Certo, questi eventi sarebbero molto meno frequenti, perché in proporzione agli asteroidi il numero di pianeti è molto più basso. Uno potrebbe però essere stato responsabile di un violentissimo flare nei raggi X che circa un secolo fa ha fatto schizzare in alto la luminosità di Sagittarius A * di circa un milione di volte. Come è stato possibile risalire a questo evento se è accaduto molti decenni prima dell’entrata in funzione dei telescopi nei raggi X? Chandra e altri osservatori orbitanti hanno visto la traccia di un “eco di luce” nei raggi X che si riflette nelle nubi di gas e polveri nelle vicinanze del buco nero e che ha permesso di ottenere la misura della luminosità e la tempistica del flare.


sabato 11 febbraio 2012

Quello che gli altri non vedono

Bora record, nevicate eccezionali, burian, blizzard ed altri ancora. Questi i termini con cui ci hanno fatto impazzire in questi giorni. Commenti di ogni genere e polemiche assurde sul niente, come ad esempio a Roma. Inverni rigidi e freddi ce ne sono stati e ce ne saranno ancora. 

Ne abbiamo sentite di tutti i colori dai media, che prima di mandare in onda notizie non si informano su cosa stanno dicendo, utilizzando termini a caso. Blizzard, burian, bora, per loro sono tutti uguali. Per tutti la neve arriva da Est portata dal burian. O almeno questo è quello hanno voluto farci credere. Chi per superficialità, chi per non si sa quale altro motivo.

Se tutti invece di guardare le figurine che ci mandano in onda, nuvolette, soli, cristalli di ghiaccio, analizzassero il formarsi e lo spostamento delle nubi direttamente dalle immagini satellitari (consiglio www.sat24.com) si accorgerebbero che la situazione che ci hanno raccontato in questi giorni è molto diversa.

Il freddo e gelo arriva da nord e da est e questo è vero. Ma le perturbazioni si formano sul mar Ligure e alto Adriatico, formando un vortice che le spinge da sud verso nord. C'è qualcosa che non torna. Il vento arriva da dall'alto e va verso sud e le nubi vanno al contrario? Non sono un esperto meteorologo percui non so darmi una spiegazione. Ma chi fa le previsioni si! E allora perché nessuno, e sottolineo nessuno, non ci ha mai detto che cosa succede e soprattutto "Perché" ?? E che non mi vengano a dire che è colpa dell'inquinamento come qualche settimana fa per la neve chimica scesa in pianura padana, fatta passare per galaverna ... !!!!!!

giovedì 9 febbraio 2012

Che cos’è il “blizzard”: la furia di neve, gelo e vento che sta arrivando sull’Italia.

Fonte: www.meteoweb.eu
Nei giorni scorsi abbiamo scoperto tutti i segreti del “burian”. Adesso è bene approfondire che cos’è il “blizzard“, un fenomeno meteorologico provocato dall’arrivo del burian che nei prossimi giorni colpirà alcune zone d’Italia e, nello specifico, interesserà molte aree della pianura Padana tra domani sera e venerdì mattina.

Il “blizzard“, termine americano poi esportato in tutto il mondo, è il termine che identifica la precipitazione nevosa più violenta possibile, ancor peggio delle tempeste di ghiaccio. Si tratta di una forte bufera di neve con venti superiori ai 56km/h, temperature abbondantemente sotto lo zero (almeno sotto i -5°C al suolo) e precipitazione nevosa intensa. In Italiano, “blizzard” può essere tradotto in “tempesta di neve”, purchè sia chiaro che ci si riferisce a una tempesta più forte sia delle “tormente” che delle “bufere”. La precipitazione nevosa deve essere molto intensa, tanto da accumulare al suolo una media di 5cm l’ora, e i venti devono essere molto sostenuti con, appunto, raffiche superiori ai 56km/h. La neve al suolo deve essere sollevata dal vento, e la visibilità ridotta al massimo fino a 400 metri, ma in molti casi anche meno. Durante i blizzard, la neve non cade al suolo in modo verticale ma molto spesso è spostata dal vento, e gli accumuli risultano prettamente eolici, con zone completamente spoglie di neve e, altrove, cumuli di diverse decine di centimetri.

I blizzard sono abbastanza rari. Tra i più violenti, quello del 1972 in Iran dove morirono 4.000 persone. Gli Stati Uniti ricordano con terrore gli eventi del 1888, del 1913, del 1940, del 1978, del 1993 e del 2007.

L’ultima volta che blizzard nevosi hanno colpito la pianura Padana è stato poco più di dieci anni fa, il 13 dicembre 2001. Tra domani sera e venerdì mattina nuovi blizzard interesseranno proprio la pianura Padana a causa di un nuovo sbuffo di burian proveniente da nord/est. Le temperature crolleranno e forti precipitazioni nevose, associate a venti di bora fino a 80km/h tra Veneto, Lombardia sud/orientale ed Emilia Romagna, faranno sì che si viva davvero una notte super-tempestosa. Da “blizzard” vero, insomma.

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Il “burian”: cos’è, come si forma e quali sono le sue caratteristiche. Tutti i segreti sul vento gelido che viene dall’est.

Fonte: www.meteoweb.eu
Con parola “Burian” si intende quel gelido vento, da NE o E-NE, che durante la stagione invernale spira sopra le sterminate lande siberiane e le steppe kazake verso gli Urali e le pianure Sarmatiche, della Russia europea. Il termine “Burian” (o anche Buran) deriva dalla lingua russa ed è spesso associato alle bufere di neve che in inverno investono buona parte dei territori della Russia europea e la Siberia. Può soffiare con grande violenza venendo accompagnato da tormente di neve (di solito dai piccoli fiocchi gelati di neve farinosa, quella che cade con temperature sotto i -20° -30°) e fenomeni di “Scaccianeve“, che portano drastiche riduzioni di visibilità. Quando scavalca la catena montuosa degli Urali, l’aria gelida di matrice siberiana, invade le pianure Sarmatiche, e spesso anche l’Europa, apportando un considerevole calo dei valori termici, anche dell’ordine dei -10° -12° in meno di 24 ore. Il “Burian” lo possiamo considerare come un figlio dell’immenso anticiclone termico “Russo-Siberiano”, che durante il periodo invernale si sviluppa sopra le grandi steppe siberiana e sull’Asia centrale. Non di frequente, ma in alcune circostanze (in passato era molto più frequente), il gelido vento delle steppe siberiane, scavalcando gli Urali, può invadere il cuore dell’Europa, portando delle severe fasi di tempo invernale, con estese gelate e nevicate fino alle coste del Mediterraneo. Un fenomeno tipico del “Burian” è quello dello “Scaccianeve”, i turbini di neve fatti sollevare dalle forti raffiche di vento. Ogni volta che il “Burian” entra sul vecchio continente, oltre al gelo e alla neve farinosa, porta con se anche lo “Scaccianeve”.
 
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Come si origina il “Burian”?
Durante il tardo autunno e il periodo invernale le sterminate pianure, gli altopiani e le immense steppe, tra la Siberia, il Kazakistan, la Mongolia e le altre ex Repubbliche Sovietiche dell‘Asia centrale, a nord del mar Caspio, sono interessate da un forte raffreddamento dello strato d’aria prossimo al suolo. Questo consistente raffreddamento, meglio noto anche come “raffreddamento pellicolare”, è causato da una serie di fattori, fra cui l’aria secca, la consistente riduzione della luce solare durante il giorno e la lontananza dell’azione mitigatrice di qualsivoglia mare o oceano. In alcune zone della Siberia centro-orientale, tra Dicembre e Gennaio, possono raggiungersi normalmente anche i -50° -60°, come nella Repubblica di Jacuzia. Si viene cosi a sviluppare uno strato di aria gelida e molto pesante, vicino al suolo, con uno spessore limitato ai 1000-2000 metri, che origina il famoso anticiclone termico “Russo-Siberiano”, ossia una vasta zona di alta pressione di origine prettamente fredda, strutturata solo nei bassi strati. Di solito l’anticiclone termico “Russo-Siberiano” non porta sempre bel tempo, come erroneamente si pensa. A differenza dei tradizionali anticicloni dinamici (vedi quello delle Azzorre), essendo strutturato solo agli strati più bassi della troposfera, l’alta pressione russo-siberiana può portare tempo brutto, con forti venti e nevicate, a causa del passaggio di aree cicloniche o gocce fredde, più o meno profonde, in quota, che approfittando dei bassi geopotenziali alla quota di 500 hpa, si sganciano dalla regione artica, dove agisce il vortice polare, e si fiondano nel cuore delle steppe siberiane, kazake e mongole, apportando crude fasi invernali. Inoltre negli anticicloni termici l’aria fredda fa diminuire più velocemente la pressione con la quota e quindi favorisce la formazione di aree cicloniche in quota.

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 Il “Burian” solo in determinate circostanze, durante la stagione invernale (ma non capita tutti gli inverni), può estendersi dalle steppe siberiane fino al cuore dell’Europa, portando il gelo (quello vero) su gran parte del continente. Ciò avviene soprattutto in quegli inverni in cui si viene a formare quel determinato schema configurativo, noto ai meteorologi europei come il “Ponte di Weikoff”. Il “Ponte di Wikoff”, prende il nome dallo scienziato russo che lo studiò per la prima volta. Si origina solo quando l’alta pressione delle Azzorre, per una sua pulsazione dinamica interna, si erge con i propri elementi, verso nord-est, in direzione della Scandinavia, per congiungersi con le propaggini più occidentali dell’anticiclone termico Russo, che dagli Urali si affaccia verso la Russia europea e il mar Baltico. L’unione fra le due differenti figure anticicloniche da vita a un grande ponte anticiclonico, con asse orientato da sud-ovest a nord-est, che dal vicino Atlantico si estende fino alla Russia europea e ai bassopiani siberiani (oltre gli Urali), favorendo il richiamo e l’aspirazione delle masse d’aria molto gelide preesistenti sopra le lande ghiacciate siberiane. L’aria gelida, di origine siberiana, scorrendo lungo il bordo più meridionale della poderosa figura di blocco anticiclonica, dai bassopiani della Siberia occidentale, e nei casi più estremi, pure dalle innevate steppe del Kazakistan e dal cuore della Siberia centrale, si muove verso le pianure della Russia europea, per poi invadere in pieno l’Europa centro-orientale, penetrando attraverso gelidi venti da NE e E-NE che fanno sprofondare la colonnina di mercurio su valori che si portano ampiamente sotto la soglia dello zero termico, specie quando l‘origine della massa d’aria è siberiana.

Se il “Ponte di Weikoff” è abbastanza robusto e duraturo, come nello storico Febbraio del 1956, ben alimentato da una grossa cellula anticiclonica termo-dinamica sulla Scandinavia, l’aria gelida, proveniente dalle steppe siberiane, può percorrere l’intera Europa muovendosi in modo retrogrado, ossia da est ad ovest, con vari nuclei di aria gelida che dalla Russia sono capaci di spingersi fino all’Italia, alla Francia e alla penisola Iberica, conservando gran parte del loro contenuto gelido visto il passaggio su vaste aree continentali. Le masse d’aria gelide, una volta formato il “Ponte di Weikoff”, vengono letteralmente trascinate verso sud-ovest, ciò favorisce l’insorgenza di contrasti termici sempre più accesi con le masse d’aria più temperate presenti sopra l’Europa. L’avvento di questi contrasti può agevolare la formazione di una nuvolosità bassa e diffusa, in grado di dare la stura a nevicate, generalmente di debole intensità, fino a quote pianeggianti, se non sulle coste.

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Le caratteristiche uniche del “Burian”; andiamole a conoscere
Una delle tante peculiarità è che il “Burian” è un vento che trascina una massa d’aria, molto fredda e pesante, dello spessore non superiore a 1500-2000 metri (freddo pellicolare). Scorre negli strati più bassi della troposfera e di conseguenza man mano che si sale di quota la temperatura è relativamente più alta (rispetta il classico stato di inversione che si sviluppa d’inverno sopra gli altopiani della Siberia). Tale particolare rende la massa d’aria particolarmente stabile nei bassi strati e incapace di dare luogo a correnti ascensionali pronte a formare nubi cumuliformi e precipitazioni a sfogo di rovescio o temporale. Eppure basta il passaggio di aria un po’ più umida in quota per formare una nuvolosità bassa (strati, stratocumuli) sufficientemente spessa per dare la stura a deboli ma persistenti fenomeni nevosi. Il “Burian” come già detto, proviene direttamente dalle steppe della Siberia centro-occidentale e da quelle kazake, quindi per natura nasce come un vento secco che aspira l’aria da vaste aree continentali, caratterizzate da pressioni molto elevate, spesso superiori ai 1050-1055 hPa. Ma una volta scavalcati gli Urali e attraversate le grandi pianure della Russia europea, la Bielorussia e l’Ucraina, durante la sua discesa verso sud-ovest, può costringere aria più mite e umida, incontrata nel suo cammino verso l‘Europa centrale, a sollevarsi forzatamente verso l‘alto, generando una diffusa nuvolosità, apportatrice di precipitazioni sparse.

Soprattutto durante la fase dell’intrusione del nocciolo d’aria gelida, gli scontri termici con l’aria meno fredda e più umida preesistente sopra il vecchio continente, si fanno molto forti e pronunciati, al punto da sfornare delle estese linee di instabilità o dei fronti freddi secondari che scorrendo lungo il bordo meridionale dell’imponente anticiclone di blocco termo-dinamico, con massimi centrati tra Scandinavia, Finlandia e Russia europea, si spingono in moto retrogradato dall’Europa orientale verso la MittelEuropa e in alcuni casi sull’Italia. Sono proprio questo tipo di perturbazioni a portare gli eventi nevosi più importanti sul nostro paese. Diversa è la storia quando il “Burian” è costretto a transitare sopra un grande specchio d’acqua o un mare interno come il mar Mediterraneo. In questi casi si possono avere dei veri e propri sconvolgimenti della natura termo-dinamica della massa d’aria che caricandosi di umidità è costretta a scaldarsi notevolmente dagli strati più bassi, diventando molto più instabile. In genere quando l’aria gelida, di origine russa, si versa sul Mediterraneo, mescolandosi con l’aria molto più mite e umida del loco, i contrasti termici sono cosi intensi da creare delle forti aree di vorticità positiva che danno i natali a profonde ciclogenesi, ben strutturate nei medi e bassi strati della troposfera.

Queste aree cicloniche mediterranee, oltre a causare intense ondate di maltempo, possono dare luogo a fenomeni nevosi fino a bassissima quota. Ma il “Burian”, nelle situazioni più esplosive (che sono pure quelle più rare), può causare anche a vere e proprie tempeste di neve, anche sulle coste del Mediterraneo. Basta che all’aria gelida al suolo (freddo di origine pellicolare) si sovrapponga aria molto fredda negli strati superiori della troposfera. Ad esempio, quando la ciclogenesi mediterranea, che si è sviluppata dopo che l’aria gelida dalle steppe russe, tramite il mar Egeo o l’Adriatico, si è versata sul “mare Nostrum“, viene agganciata in quota (a 500 hpa, nella libera atmosfera) da una grossa goccia fredda (vortice ciclonico chiuso in quota) colma di aria gelida (con isoterme tra i -35° -40° a 500 hpa) allora ci troveremmo di fronte ad una vera “bomba nevosa”, con l’arrivo di vere e proprie tormente, rese ancora più fitte e violente se il minimo nei bassi strati diventi particolarmente baroclino. Basti ricordare i Blizzard del Dicembre 2001 sulle regioni settentrionali.

Fonte: www.meteoweb.eu
Le ultime visite del “Burian” tra Europa e Italia
In passato, tra l’Ottocento e la prima parte del Nocecento, le visite del “Burian” in Europa e in Italia erano molto più frequenti rispetto ad oggi. Ogni qual volta il gelido vento della Siberia varcava gli Urali l’Europa batteva i denti e in quasi tutti i paesi, a parte l’area del Mediterraneo, si scendeva abbondantemente sotto zero, con valori anche sotto i -30°, tanto da far ghiacciare fiumi, laghi, innumerevoli specchi d’acqua e persino le acque interne dei principali porti. Si producevano cosi le storiche invernate del Febbraio 1929 e 1956, passate agli onori della letteratura, che ancora oggi vengono ammirate e fantasticate da migliaia di meteoappasionati e amanti del freddo e della neve. Durante quell’annate il gelo era cosi intenso da tingere di bianco l’intera penisola. Dalle Alpi a Pantelleria, l’Italia, in quelle rarissime occasioni, vide la neve fino alle coste su buona parte del territorio nazionale. Andando avanti con i tempi possiamo ricordare gli episodi di “Burian” del Marzo 1971, Gennaio 1985, Febbraio 1991 e del Febbraio 1996, quando si realizzarono delle intense fasi di gelo, soprattutto sulle regioni centro-settentrionali, con valori perennemente inchiodati sotto la soglia degli . In Italia l’avanzata del gelido vento della steppa siberiana è spesso preceduta dall’attivazione di una gelida Bora che dall’altopiano del Carso si getta verso il golfo di Trieste, generando un brusco abbassamento termico e apportando il gelo fino alle marittime della Venezia Giulia e del Friuli fino alla laguna veneta. Se nella città di Trieste, con l’ingresso delle forti raffiche di Bora (non per caso spira da E-NE), il termometro piomba abbondantemente sotto lo (con la formazione della patina di ghiaccio sul porto triestino) allora possiamo stare certi che il “Burian” è arrivato anche in territorio italico. Segno che l’aria in sfondamento dall’Ungheria e dalla Slovenia è veramente gelida, conservando buona parte del suo contenuto freddo originato sopra i bassopiani siberiani. Con l’ingresso della Bora sull’alto Adriatico e il suo incanalamento, forzato, fin dentro il Catino Padano, il gelo siberiano è pronto ad invadere l’intera penisola.