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domenica 19 agosto 2012

Flying Over the Earth at Night.

From the Iss - International Space Station

Video Credit: Nasa

lunedì 6 agosto 2012

Curiosity ce l'ha fatta. Il Rover della Nasa è su Marte.


Martedì 06 Agosto 2012

Curiosity ce l’ha fatta

Si è svolto secondo i piani l’atterraggio della nuova missione robotica sul pianeta rosso.
Alle 7 e 31 di oggi, ora italiana, il modulo di discesa ha calato sul suolo marziano il rover della NASA.
Il videoeditoriale di Giovanni Bignami.

La manovra dello "Sy Crane"
in una rappresentazione artistica
(NASA/JPL-Caltech )
È arrivato e sta bene. Uscito indenne da quei famosi “sette minuti di terrore” di cui aveva parlato la NASA, il rover Curiosity è regolarmente approdato su Marte alle 7 e 31 ora italiana, ed è ora pronto a iniziare la sua esplorazione.

Tutto si è svolto secondo i piani, con la separazione del rover dal vettore alle 7 e 15 circa, l’entrata nell’atmosfera dieci minuti dopo, e poi la rapida discesa verso il punto prescelto, rallentata e guidata da un paracadute; infine, a pochi metri dal suolo, l’accensione dei razzi che hanno guidato l’avvicinamento alla superficie. Negli ultimi secondi il rover è stato letteralmente depositato sul suolo marziano con un sistema mai utilizzato prima, lo Sky Crane, in cui il rover è stato calato dolcemente dal modulo di discesa grazie a cavi di nylon, tagliati appena avvenuto il contatto con il terreno.

L'opinione di Giovanni Bignami - Presidente Inaf e Cospar



Link articolo: Media Inaf

sabato 28 luglio 2012

Il fratello minore della Terra - UCF-1.01

Rappresentazione artistica
del pianeta 'fratello' della Terra
UCF-1.01
(fonte: NASA/JPL-Caltech)
 
 

Gli studiosi della University of Central Florida (UCF), coordinati dall'americano Kevin Stevenson, grazie al telescopio spaziale Spitzer della Nasa hanno scoperto il "fratello minore" della Terra, il piu' piccolo pianeta mai scoperto all'esterno del Sistema Solare.

Il "nuovo" pianeta, chiamato UCF-1.01, presenta temperature incandescenti, fino a 600 gradi, praticamente privo di atmosfera e ruota rapidamente attorno alla sua stella, una nana rossa denominata GJ 436, in appena 1,4 giorni terrestri. Il diametro è di 8.400 km, due terzi rispetto a quello della Terra e si trova a 33 anni luce da noi.

Secondo uno degli autori della ricerca, Joseph Harrington, la vicinanza cosi forte alla stella potrebbe aver sciolto la superficie del pianeta extrasolare e ''UCF-1.01 potrebbe anche essere coperto in magma''.

Lorenzo Canciani

Articoli correlati:

Kepler 30: scoperto un sistema solare simile al nostro.

Kepler 30
E' stato scoperto un "sosia" del Sistema Solare, i cui pianeti ruotano intorno alla loro stella con una configurazione simile ai pianeti del nostro sistema planetario. È la prima volta che viene scoperto un sistema planetario di questo tipo e il risultato può aiutare a far luce sulle condizioni che determinano l'architettura di un sistema planetario.

Gli espopianeti osservati dall’equipe di Roberto Sanchis-Ojeda del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston sono tre, e girano attorno a una stella simile al Sole chiamata Kepler 30, in onore del telescopio con il quale è stata studiata, il Kepler della NASA. I pianeti sono stati chiamati Kepler-30b, Kepler-30c, Kepler-30d e sono tutti piu' grandi della Terra: hanno rispettivamente il raggio circa 4 volte, 13 volte e 10 volte il raggio del nostro pianeta.

Ma lo studio è innovativo soprattutto per quanto riguardo l’architettura dei sistemi solari: l’equatore del Sole e i piani orbitali dei pianeti sono quasi allineati e i ricercatori credono che probabilmente tutti i corpi si siano formati a partire da un unico disco di gas rotante.

In molti sistemi extrasolari, invece, i pianeti non hanno questa disposizione e presentano orbite più disordinate, non allineate con l'equatore stellare probabilmente a causa di caotiche interazioni dei pianeti durante la loro formazione o a causa di influenze dovute a stelle vicine.

Lorenzo Canciani.




domenica 1 aprile 2012

Alle superTerre piacciono le nane rosse.

Rappresentazione artistica di un
tramonto visto da Gliese 667 c
Uno studio su dati HARPS dell'ESO.

Questa classe di pianeti, poco più grandi della Terra, sembra essere comune intorno alle deboli stelle rosse. Inoltre, non raramente, nella cosiddetta fascia di abitabilità. L'ultimo scoperto, Gliese 667 C avrebbe le condizioni adatte per la presenza di acqua liquida sulla superficie.

Di Francesco Rea

La vita al di fuori del sistema solare? Probabilmente vicino ad una stella rossa. È quanto sembra venire fuori da uno studio condotto da un team internazionale di astronomi che ha usato i dati di sei anni di osservazioni compiute con lo spettrografo HARPS, il cacciatore di pianeti dell’ESO.

Secondo quanto riportato, infatti, il numero di super – Terre, pianeti che misurano da una a dieci volte le dimensioni della Terra, sarebbero comuni nelle fascie abitabili intorno a deboli stelle rosse. E considerato che le nane rosse rappresentano circa l’80% delle stelle della Via Lattea e alcune distano “appena” 30 anni luce dal nostro Sole, la caccia alla vita su questi pianeti diventa decisamente interessante.

“Le nostre nuove osservazioni con HARPS indicano che circa il 40% di tutte le nane rosse ha una super-Terra in orbita nella zona abitabile, dove l’acqua può esistere allo stato liquido sulla superficie del pianeta”, dice Xavier Bonfils (IPAG, Osservatorio di Scienza dell’Universo di Grenoble, Francia) che guida l’equipe. “Poiché le nane rosse sono così comuni – ce ne sono circa 160 milliardi solo nella Via Lattea – questo ci porta al sorprendente risultato che ci sono decine di miliardi di questi pianeti solo nella Via Lattea”.

L’equipe di HARPS ha analizzato un campione ben selezionato di 102 nane rosse nei cieli australi, osservate per un periodo di sei anni. Sono state identificate in totale nove super-Terre (pianeti con massa tra una e dieci volte quella della Terra) tra cui due nella zona abitabile, una in Gliese 581 e una in Gliese 667 C. Gli astronomi hanno potuto stimare la massa del pianeta e la dimensione dell’orbita, cioè quanto il pianeta sia lontano dalla stella.

“La zona abitabile, cioè la regione in cui la temperatura permette all’acqua di essere liquida sulla superficie del pianeta, è molto più vicina alla stella per una nana rossa che per il Sole.” spiega Stéphane Udry (Osservatorio di Ginevra e membro dell’equipe scientifica). “Ma le nane rosse sono soggette a eruzioni stellari e brillamenti che potrebbero inondare il pianeta di raggi X o ultravioletti e che renderebbero la presenza di vita molto meno probabile”.

Uno dei pianeti scoperti dalla survey HARPS di nane rosse è Gliese 667 Cc. Anche se questo è un pianeta pesante quattro volte la Terra, è il parente più prossimo al nostro pianeta finora trovato e quasi certamente, dicono dall’ESO, ha le condizioni adatte per l’esistenza di acqua allo stato liquido sulla superficie.

“Ora che sappiamo che ci sono molte super-Terre attorno a nane rosse vicine, dobbiamo identificarne sempre di più usando sia HARPS che futuri strumenti. Alcuni di questi pianeti dovrebbero passare di fronte alla loro stella madre durante l’orbita — questo apre l’entusiasmante possibilità di studiare l’atmosfera del pianeta e cercarvi segni di vita”, è la chiosa di Xavier Delfosse, altro membro dell’equipe.


Link correlati: Corriere della Sera

Link articolo: www.media.inaf.it

Pianeti con i capelli bianchi.

Rappresentazione artistica di
HIP 11952 e dei suoi due giganti gassosi.
Crediti: Timotheos Samartzidis
QUASI 26 MILIARDI DI ANNI IN DUE

Sono fra i più antichi conosciuti, e si trovano a 375 anni luce dalla Terra, in orbita attorno a HIP 11952: una stella antichissima, 12.8 miliardi di anni l’età stimata. Fra gli autori della scoperta, quattro astronomi italiani: tre sono donne, e tutti lavorano all’estero.

Di Marco Malaspina

Dopo il pianeta più piccolo, quello più caldo, quello più nero, quello più liquido, quello più veloce e quello più simile alla Terra, ecco arrivare il turno del pianeta più vecchio. Anzi, dei più vecchi, perché di mondi matusalemme ne sono stati scoperti ben due in un colpo solo. La Terra, con i suoi 4.5 miliardi di anni alle spalle, al confronto è una ragazzina. I due mondi orbitanti nel sistema planetario di HIP 11952, una stella nella costellazione della Balena, di anni ne hanno quasi il triplo: 12.8 miliardi a testa.

A individuarli, misurando lo stellar wobble – la variazione periodica della velocità radiale delle stelle dovuta a uno o più corpi che orbitano loro attorno – con lo spettrografo FEROS, un team di ricercatori guidato da Johny Setiawan, del Max-Planck-Institut für Astronomie. Del team fanno parte tre ricercatrici e un ricercatore italiani, tutti in attività all’estero: Veronica Roccatagliata (responsabile della survey, dello University Observatory di Monaco), Davide Fedele (della Johns Hopkins University, a Baltimore), Anna Pasquali ed Elisabetta Caffau (entrambe dell’università di Heidelberg, in Germania).

I due pianeti, che prendono il nome della stella madre con l’aggiunta delle lettere minuscole ‘b’ e ‘c’, sono entrambi giganti gassosi, con periodo orbitale di 290 giorni per uno e appena 7 giorni per l’altro. Nulla d’eccezionale, due mondi alieni come tanti. Se non fosse per la composizione stella che li ospita, talmente “light” da rendere la presenza di un sistema planetario attorno a essa un fatto del tutto inaspettato. «Il primo esempio di un sistema analogo, in orbita attorno a una stella poverissima di metalli, HIP 13044, l’avevamo individuato già nel 2010», ricorda Veronica Roccatagliata (vedi la news su Media INAF sul “Pianeta extrasolare extragalattico”). «All’epoca pensammo che si trattasse d’un caso più unico che raro. Ora, alla luce di questa nuova osservazione, pare invece che l’esistenza di pianeti attorno a stelle del genere sia più comune del previsto».

Quando dicono “a bassa metallicità”, gli astronomi intendono una stella fatta quasi interamente di idrogeno ed elio, i due elementi più “light” della tavola periodica. E un tipico indicatore di “leggerezza” è la bassa abbondanza di ferro: ebbene, HIP 11952 ha un’abbondanza di ferro pari ad appena l’uno per cento di quella del Sole. Ma c’è di più: oltre a essere straordinariamente povera di metalli, con la sua veneranda età è anche fra i sistemi planetari più antichi che si conoscano. «È come aver trovato un reperto archeologico nel giardino di casa», dice Johny Setiawan. «Questi pianeti, probabilmente, si sono formati quando la Via Lattea era ancora bambina».

L’individuazione di HIP 11952 b e di HIP 11952 c è avvenuta grazie a FEROS (Fibre-fed Extended Range Optical Spectrograph), uno spettrografo installato sul telescopio da 2.2 metri del Max Planck e dell’ESO che sorge all’osservatorio dello European Southern Observatory di La Silla, in Cile.

Per saperne di più:
Link articolo: www.media.inaf.it

domenica 25 marzo 2012

Pianeti Superman

Pianeta in fuga nello spazio interstellare.
Crediti: David A. Aguilar (CfA)
FIONDATI A VELOCITA' QUASI RELATIVISTICHE.

Li chiamano pianeti iperveloci, e vengono sparati da un buco nero a velocità superiori ai 10mila km al secondo. Per ora stanno solo in una simulazione, ma un team di astronomi del CfA sostiene che esistono davvero. E che saremmo pure in grado di vederli.

Di Marco Malaspina

Un autovelox galattico farebbe strage di punti. Poco meno di 50 milioni di chilometri all’ora: a tanto possono arrivare i pianeti iperveloci. Velocità che siamo soliti associare a infinitesimali particelle sparate lungo il tunnel d’un acceleratore. Qui, invece, altro che impalpabili neutrini: a sfrecciare sarebbero interi mondi, eventuali abitanti compresi. Mondi in fuga, scampati alle grinfie d’un buco nero e capaci di lasciarsi alle spalle persino la Via Lattea.

È la conclusione alla quale sono giunti Idan Ginsburg, Avi Loeb e Gary Wegner, astrofisici teorici del Dartmouth College e della Harvard University. Non solo: stando ai risultati delle loro simulazioni, già sottomessi per la pubblicazione a Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, con gli strumenti giusti e un pizzico di fortuna potremmo pure vederne qualcuno, di questi pianeti. Per rimanere gravitazionalmente appresso alla loro stella madre, infatti, devono girarle attorno in un’orbita strettissima. Aumentando così fino a una su due le probabilità di osservarne il transito.

«Che io sappia, a parte le particelle subatomiche, non c’è niente che riesca ad abbandonare la nostra galassia più in fretta di quanto facciano questi pianeti in fuga», dice il primo autore dello studio, Idan Ginsburg, del Dartmouth College. «Viverci sopra», aggiunge Avi Loeb dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, «è come farsi una cavalcata a briglie sciolte che parte dal centro della galassia per poi perdersi nell’universo».

Ma cos’è che li può scagliare attraverso il cosmo a velocità così pazzesche? Per capirlo, occorre fare un passo indietro, e tornare a circa sette anni fa, quando gli astronomi rimasero di stucco innanzi alla scoperta della prima stella iperveloce, in fuga dalla Via Lattea a quasi due milioni e mezzo di chilometri orari. Stelle del genere, si è poi compreso, sono le sopravvissute d’un sistema binario incappato in un buco nero. Se una delle due soltanto finisce risucchiata dal campo gravitazionale del mostro, l’altra, la più fortunata, strappata dall’abbraccio con la compagna, viene letteralmente fiondata via.

Ora, supponiamo che entrambe abbiano un pianeta o due che orbitavano loro attorno. Che fine farebbero? È esattamente questa la circostanza simulata dai tre astrofisici. Ciò che è emerso è che la stella sopravvissuta potrebbe riuscire a dare uno strappo anche ai suoi pianeti, portandoseli appresso nella sua fuga verso la salvezza. Ma anche il pianeta agganciato all’altra stella, quella condannata a finire nel buco nero, potrebbe riuscire a divincolarsi dall’abbraccio mortale. Se ciò accadesse, la velocità alla quale verrebbe sparato nel buio gelido dello spazio interstellare sarebbe semplicemente folle. Tipicamente, dai 10 ai 16 milioni di chilometri all’ora, dice la simulazione. E in condizioni particolarmente “favorevoli” anche a velocità superiori: fino, appunto, ai 50 milioni di chilometri all’ora che dicevamo. Roba che a stargli dietro verrebbe il fiatone pure all’Enterprise di Star Trek.

Per saperne di più:
Link articolo: www.media.inaf.it

lunedì 19 marzo 2012

Quel lago sotto i ghiacci di Europa.


IMMAGINI DAL SISTEMA SOLARE
 
Ecco come le immagini della sonda Galileo dimostrerebbero l'esistenza di laghi sotterranei su Europa. Uno studio pubblicato su Nature che sembra preannunciare JUICE, proposta di missione che concorre al programma Cosmic Vision dell'ESA.
 
Di Livia Giacomini
 
Un montaggio delle immagini di Europa della sonda Galileo (credit dell'immagine nel riquadro: Paul Schenk/NASA)
 
Che Europa, la Luna di Giove, abbia una superficie ghiacciata è ormai fatto ben noto. La sfida che i ricercatori affrontano oggi (e affronteranno in un prossimo futuro), consiste nel capire (e dimostrare) cosa ci sia, sotto quei ghiacci. Sono state recentemente pubblicate prove a favore dell’ipotesi che, a una profondità relativamente superficiale (3 Km), si trovino delle sacche di acqua allo stato liquido, dei veri e propri laghi intrappolati nel ghiaccio. Ipotesi che va a completare il modello dell’interno di Europa, secondo il quale esiste sotto la superficie, sotto una crosta ghiacciata di spessore ipotizzato tra i 10 e i 30 Km, un enorme oceano di acqua liquida i cui movimenti rimodellano costantemente la liscia superficie di ghiaccio della Luna.

L’ultima prova dell’esistenza di questi laghi sotterranei è ben rappresentata dall’immagine di oggi, che utilizza i dati pubblicati a novembre 2011 su Nature, in un articolo a prima firma di Britney Schmidt dell’Università del Texas.

L’immagine è stata ricavata dai dati di Galileo, la sonda NASA lanciata nel 1989, che ha studiato Giove e le sue lune dal 1995 al 2003. È ottenuta combinando immagini nel visibile e una mappa di elevazione del suolo prodotta dalle riprese stereo della sonda. Rosso e viola rappresentano le zone più elevate, il verde rappresenta le depressioni del terreno.

Dall’immagine emerge l’esistenza di una zona di forma circolare, chiamata Macula Thera, di dimensione pari ai grandi laghi del nord America, circa 400/600 metri più depressa del terreno circostante. Una zona che presenta una superficie irregolare, per questo chiamata “cahotic terrain”, terreno caotico, molto diversa dal tipico aspetto della superficie ghiacciata del satellite, liscia e percorsa da crepe.

Le caratteristiche della Macula Thera ben supportano l’esistenza di un lago sotterraneo, che avrebbe fatto sprofondare la crosta sovrastante, oggi formata da uno strato sottile di ghiaccio. Per questo motivo, la superficie di questa zona assumerebbe l’aspetto caratteristico del terreno caotico, composto da blocchi di ghiaccio che, come dei veri iceberg,  galleggiando e muovendosi, formano una superficie frastagliata e irregolare. Conseguenza non secondaria è il fatto che il movimento di questi blocchi sarebbe un meccanismo in grado di trasferire energia e nutrienti tra la superficie e l’oceano sottostante. E ciò permetterebbe di rendere Europa e il suo immenso oceano sotteraneo un luogo “abitabile” (termine da intendersi come “in grado di ospitare forme di vita”).

La scommessa non è da poco, ed è comprensibile che i ricercatori vogliano avere prove dirette dell’esistenza di acqua allo stato liquido nelle profondità di Europa. Prove dirette che potranno essere fornite solo da missioni studiate e disegnate in modo specifico per fornire queste risposte. Tra le varie missioni proposte c’è JUICE (JUpiter ICy moons Explorer), una delle concorrenti del programma ESA Cosmic Vision (se n’è parlato pochi giorni fa anche all’INAF). Se approvata, JUICE osserverà in un prossimo futuro (2030) il sottosuolo di Europa grazie all’uso di strumenti dedicati. In particolare è stato proposto l’uso di un radar, strumento già utilizzato per identificare acqua nel sottosuolo di Marte. Oppure (per rimanere molto, molto più vicino) per individuare sulla Terra il lago sotteraneo Vostok, scoperto grazie a indagini analoghe.

Link articolo: www.media.inaf.it

 

domenica 18 marzo 2012

Nasa: storia dell'evoluzione geologica della Luna.

Credit: Nasa
Il team del Lunar Reconnaissance Orbiter della Goddard Space Flight Center di Greenbelt della NASA nel Maryland ha realizzato due video sull'evoluzione geologica della Luna.

Nel primo si vede una ricostruzione della possibile evoluzione del nostro Satellite. Nel secondo, invece, un tour virtuale dello stesso, reso possibile grazie alle foto scattate dalla sonda LRO.

Di seguito il video della rubrica Pulsar Magazine dell'Asi-Tv (Agenzia Spaziale Italiana).





Una scintillante distesa di stelle. Messier 9.

L'ammasso globulare M9 ripreso
in tutto il suo splendore dal
telescopio spaziale Hubble.
Crediti: NASA&ESA
L'AMMASSO M9 RIPRESO DA HUBBLE.

250.000 stelle nella più dettagliata immagine mai presa dell'ammasso globulare Messier 9. Una vista mozzafiato ottenuta dalla Advanced Camera for Surveys del telescopio spaziale Hubble.

Di Marco Galliani

Nebulosa priva di stelle nella gamba destra di Ofiuco. Tonda e debole.” Così Charles Messier descrive il nono oggetto del suo celeberrimo catalogo, da lui osservato per la prima volta durante la notte del 28 maggio 1764. In realtà quella macchiolina indefinita era un ammasso di stelle, che William Herschel riuscì a risolvere per la prima volta nel 1784. Da allora la strumentazione astronomica e le tecniche di ripresa hanno fatto passi da gigante, regalandoci viste sempre più dettagliate degli oggetti celesti. E proprio l’immagine di M9, ottenuta dal telescopio spaziale Hubble appena pubblicata ne è la migliore, spettacolare conferma.

Ben 250.000 stelle sono visibili nella ripresa più dettagliata mai ottenuta dell’ammasso globulare, che si trova a circa 25000 anni luce da noi, in direzione del centro della nostra Galassia. Messier 9, così come gli altri ammassi globulari, ospita alcune delle stelle più antiche che popolano la Via Lattea, formatesi quando l’universo aveva solo una piccola frazione della sua età attuale. Oltre ad essere molto più antiche del Sole -- circa il doppio della sua età -- le stelle di Messier 9 possiedono anche una differente composizione chimica, in cui l’abbondanza di elementi pesanti è molto inferiore rispetto a quella riscontrata nella nostra stella. Nella splendida immagine, oltre al nugolo di astri, si percepiscono chiaramente i loro differenti colori. Un caleidoscopio di sfumature, che vanno dal rosso, indice di temperature superficiali relativamente basse, al blu, associato alle stelle più calde.

 Gli spledenti gioielli di Messier 9 - di Stefano Parisini (Inaf-Tv)



Link articolo: www.media.inaf.it

Il pianeta più prezioso dell’Universo: è completamente ricoperto di diamanti.

www.meteoweb.eu
Un pianeta prezioso difficile anche da immaginare. E’ la scoperta di qualche mese fa da parte degli astronomi che hanno sognato al momento della scoperta. Ma andiamo con ordine e vediamo come mai l’universo ne è colmo. Utilizzando varie simulazioni al computer, i ricercatori hanno sviluppato un paio di anni fa una strategia per la ricerca di diamanti nello spazio, grandi solo un nanometro (un miliardesimo di metro).

 Queste gemme sono circa 25.000 volte più piccole di un granello di sabbia, troppo piccole per poter essere utilizzate su un anello di fidanzamento. Ma gli astronomi ritengono che queste minuscole particelle siano in grado di fornire preziose informazioni sul modo in cui le molecole ricche di carbonio, la base della vita sulla Terra, si sviluppino nel cosmo. Gli scienziati hanno cominciato a riflettere seriamente sulla presenza di diamanti nello spazio negli anni ‘80, quando studi su meteoriti schiantati sulla Terra hanno rivelato molti frammenti di queste pietre preziose. Gli astronomi hanno determinato che il 3 per cento di tutto il carbonio trovato nei meteoriti è venuto sotto forma di nanodiamanti. I calcoli mostrano che solo un grammo di polvere e gas in una nube cosmica, potrebbe contenere fino a 10.000 miliardi di nanodiamanti.

La domanda a cui gli scienziati cercano di dare una risposta, è il motivo per il quale siano stati visti soltanto due volte, nonostante l’idea sia appunto di una distribuzione abbondante. La risposta la fornisce Charles Bauschlicher dell’Ames Research Center, che afferma che “non si conoscono a sufficienza le proprietà elttroniche affinchè si possano rilevare le impronte digitali”. Per risolvere questo dilemma, Bauschlicher e il suo team di ricerca, hanno utilizzato un software al fine di simulare le condizioni del mezzo interstellare (lo spazio tra le stelle), teoricamente ricco di nanodiamanti. Essi hanno scoperto che questi diamanti spaziali brillano di luce infrarossa, dove il telescopio spaziale Spitzer è particolarmente sensibile. I membri del team sospettano che i diamanti non siano facili da osservare non perché siano stati utilizzati gli strumenti sbagliati nei luoghi sbagliati, ma semplicemente perché necessitano di alta energia.

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Per questo motivo gli astronomi credono che il posto migliore per osservarli sia proprio accanto ad una stella calda. Una volta capito dove cercare, resta l’enigma della loro formazione nello spazio interstellare. “I diamanti dello spazio si formano in condizioni molto diverse dai diamanti che si formano sulla Terra“, dice Louis Allamandola, anch’esso dell’Ames. I diamanti terrestri hanno origine nel mantello, e solo in seguito portati in superficie da condotti vulcanici mediante le eruzioni. Infine, mediante erosione, la kimberlite viene sgretolata liberando i diamanti nella zona circostante in depositi secondari. I diamanti celesti invece hanno origine in aree freddissime nelle nubi molecolari, dove la pressione è miliardi di volte più bassa e la temperatura raggiunge i -240°C. Il risultato di questa ricerca è stato pubblicato sull’Astrophysical Journal.

UN DIAMANTE GRANDE 5 VOLTE LA TERRA. Non tutti sanno che recentemente attorno alla pulsar PSR J1719-1438, è stato scoperto un pianeta composto interamente di diamante dalle dimensioni gigantesche, grazie ai radiotelescopi di Parkes in Australia, al Lovell in Inghilterra ed al radiotelescopio Keck alle Hawaii. O forse si potrebbe dire che si tratta di un diamante delle dimensioni di un pianeta. Le sue dimensioni, con una massa di poco superiore a quella di Giove, ma un raggio inferiore alla metà, ne fanno il diamante più grande mai osservato nell’universo. E se qualcuno già sta sognando di andarlo a recuperare rimarrà deluso nel sapere che la sua distanza dalla Terra è di circa 4000 anni luce. Cosa vuol dire? Che viaggiando ipoteticamente alla velocità della luce impiegheremmo 4000 anni per giungere sino ad esso, e altrettanti per tornarci. Ma se preferite la distanza espressa in chilometri, sappiate che un solo anno luce equivale a circa 10.000 miliardi di chilometri. Per cui, moltiplicando per 4000, saprete quanta strada bisogna percorrere per mettere le mani su questo immenso gioiello cosmico.

Di Renato Sansone

Link articolo: www.meteoweb.eu

Marte: scoperti centinaia di vulcani di fango.

Il Pianeta Rosso
L'acqua è sparita dalla superficie, ma è rimasta molto più a lungo nel sottosuolo.

Centinaia di vulcani di fango su Marte raccontano la storia di un pianeta che non finisce mai di sorprendere e che, anche quando l’acqua liquida era sparita dalla superficie, potrebbe avere continuato ad avere fiumi sotterranei.

L’ipotesi arriva dalla ricerca italiana pubblicata sulla rivista Earth and Planetary Science Letters. A permettere di ricostruire la natura dei vulcani sono stati i dati dei tanti satelliti in orbita attorno a Marte e soprattutto quelli dello strumento Hirise a bordo dell’americano Mars Reconnaissance Orbiter (Mro), analizzati dai ricercatori della Scuola Internazionale per la ricerca nelle scienza planetarie (Irsps) dell’universita’ ’’Gabriele D’Annunzio’’ di Pescara, diretta da Gian Gabriele Ori. I vulcani hanno una forma conica, con una base che ha diametro compreso fra 100 e 500 metri, e sono alti qualche decina di metri.

Alla sommita’ hanno una sorta di depressione, simile a un cratere. ’’Sono troppo piccoli per essere veri vulcani e non sono nemmeno coni di cenere’’, spiega la coordinatrice della ricerca, Monica Pondrelli. Considerando la loro composizione, l’ipotesi piu’ verosimile e’ che siano ’’vulcani di fango, formati da fluidi, gas e fango risaliti in superficie’’. I vulcani finora studiati si trovano nel grande cratere Firsoff, in prossimita’ dell’equatore marziano. ’’Adesso andremo a cercare strutture simili in altre zone di Marte’’, prosegue Pondrelli. 

Di sicuro, aggiunge, ’’Marte ha una vita sotterranea sorprendente: a partire da un certo punto della sua storia geologica, sulla superficie e’ scomparsa ogni traccia di acqua liquida, ma questo non significa che non ci sia stata acqua in profondita’’’. Perche’ il fango possa formarsi, infatti, e’ necessaria la presenza di acqua allo stato liquido. Si fanno strada anche delle ipotesi (ma per il momento sono soltanto tali) sulla possibile comparsa di forme di vita nel sottosuolo di Marte. Potrebbe avere avuto origine da qui ed essere stato portato in superficie dai vulcani di fango, l’abbondante metano osservato in passato da alcuni satelliti in orbita intorno al pianeta rosso.

Link articolo: www.meteoweb.eu

martedì 13 marzo 2012

La NOAA stima un 60% di probabilità di essere investiti da una nuova tempesta solare

www.meteoweb.eu
E’ pari al 60% la probabilità che nelle prossime 48 ore la Terra venga investita da una tempesta geomagnetica provocata dalle intense eruzioni solari dei giorni scorsi. La stima è dell’Agenzia statunitense per l’atmosfera e gli oceani, NOAA

Lo sciame di particelle prodotto dall’ultima grande esplosione solare è ora in rotta verso la Terra, riferiscono gli esperti dello Space Weather Prediction Center del NOAA, ma al momento è impossibile prevederne l’intensità. Di sicuro alle alte latitudini sarà possibile avvistare aurore spettacolari. L’espulsione di massa coronale che si è verificata attorno alle 5 del mattino del 9 marzo, avrebbe dovuto provocare forti tempeste geomagnetiche a partire da ieri mattina, mentre ieri è stata registrata soltanto una debole perturbazione nelle prime ore del pomeriggio.

L’esplosione solare, infatti, non ha coinvolto direttamente la Terra e i deboli disturbi osservati potrebbero essere stati causati proprio da questo vicino passaggio della tempesta. La violenta esplosione avvenuta nel tardo pomeriggio del 10 marzo dovrebbe invece coinvolgere la Terra la prossima notte, tra il 12 ed il 13 marzo, con eventi anche di forte entità. Nel frattempo il Sole si sta tranquillizzando e attualmente si registrano livelli di attività minima. In alcune regioni solari la situazione resta complessa, rilevano ancora gli esperti del NOAA, ma con chiari segni di indebolimento. In foto è possibile osservare gli effetti della recente tempesta solare.

Di Renato Sansone

Link articolo: www.meteoweb.eu



lunedì 12 marzo 2012

L’effervescente Via Lattea

www.media.inaf.it
BOLLE GALATTICHE

Un corpo di volontari di oltre 35mila astronomi, alla caccia, su dati del telescopio spaziale Spitzer, delle bolle della Via Lattea, scoprendone oltre 5000

Di Francesco Rea

5000 bolle nella nostra galassia. A gonfiarle sono le nuove calde giovani stelle che fanno della Via Lattea una galassia ancora “effervescente”, come le bollicine fanno dello champagne.

A scoprirle un cospicuo numero di volontari, oltre 35mila, che hanno utilizzato i dati del telescopio Spitzer scoprendo più di 5.000 “bolle” nel disco della nostra galassia Via Lattea. Giovani, stelle calde che soffiano queste bolle, con le polevri e il gas circostante, indicando così le aree di formazione stellare più recenti.

“Questi risultati ci fanno sospettare che la Via Lattea sia molto più attiva di formazione stellare di quanto si pensasse”, dice Bressert Eli, che sta svolgendon un dottorato di astrofisica presso l‘European Southern Observatory e studente dell’Università di Exeter, in Inghilterra, co-autore di un documento presentato alle Monthly Notices della Royal Astronomical Society.

E se i programmi realizzati per il computer fanno fatica ad individuare le bolle cosmiche, gli occhi e delle menti umane fanno un ottimo lavoro nell’individuare i segni distintivi delle bolle. Il progetto “la Via Lattea attinge alla saggezza delle folle”, richiede che siano almeno in cinque i ricercatori a contrassegnare una potenziale bolla prima della sua inclusione nel nuovo catalogo.

Le bolle contrassegnati dai volontari variano in dimensione e forma sia a causa della distanza che a causa delle variazioni della nube di gas.

“Il progetto (Project Milky Way) ha evidenziato che quasi un terzo delle bolle rispondono a ‘gerarchie’, bolle più piccole si trovano intorno al cerchio di bolle più grandi”, ha detto Matthew Povich, Postdoctoral Fellow National Science Foundation Astronomy and Astrophysics presso Penn State, University Park, e co-autore della carta. “Questo suggerisce che nuove generazioni di formazione stellare vengono generate dalle bolle in espansione”.

Ma forse la sorpresa più grande di questo lavoro è che queste bolle siano più numerose su entrambi i lati del centro galattico. “Ci si aspetterebbe di avre un picco di formazione stellare nel centro galattico, perché è lì che la maggior parte del gas è denso”, ha detto Bressert. “Alla fine questo progetto ci sta portando più domande che risposte”.

Inoltre, gli utenti di Project Milky Way hanno individuato molti altri fenomeni, quali ammassi stellari e nebulose oscure, così come gassosi “nodi verdi” e “oggetti sfocati rossi”. Nel frattempo, il lavoro con le bolle continua.

Link articolo: www.media.inaf.it

domenica 11 marzo 2012

Astronomia: una gemella della nebulosa Trifida.

Credit: Adam Block,
Mt. Lemmon SkyCenter,
University of Arizona
Qualche osservatore occasionale del cielo potrebbe pensare di conoscere questa nebulosa associandola alla nebulosa Trifida. Situata a 2100 anni luce dalla Terra e vasta circa 3 anni luce, in realtà NGC 1579 è una nebulosa famosa soltanto per la sua notevole somiglianza alla nebulosa Trifida del Sagittario, che è in realtà un oggetto soltanto simile ma ben distinto e separato. 

Questo oggetto si trova invece nella costellazione del Perseo, in una posizione molto più a nord della gemella. Il contrasto di colori tra il blù ed il rosso la rende un magnifico oggetto, mentre le corsie scure sulla sua superficie rappresentano delle strisce di polvere nelle regioni centrali della nebulosa. L’oggetto è di tipo a riflessione, ossia splende grazie alla luce riflessa delle sue stelle. 

Ma a differenza della Trifida, in NGC 1579 il bagliore rossastro non è l’emissione di nubi e gas incandescenti di idrogeno eccitato dalla luce ultravioletta proveniente da una stella calda limitrofa. La polvere invece diminuisce drasticamente, si arrossa e diffonde la luce proveniente da una stella giovane di grande massa, essa stessa forte emettitrice di luce del caratteristico colore rosso dell’H-alfa.

Di Renato Sansone

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Magnetismo lunare dai meteoriti

I maggiori gruppi di anomalie magnetiche
(sulla sinistra nell'immagine) sulla Luna
sono concentrati sul bordo settentrionale
del bacino Aitken, che si trova
nella faccia nascosta del nostro satellite.
Crediti: Science/AAAS

LO STUDIO SULLA RIVISTA SCIENCE
 
Le anomalie nel campo magnetico lunare che sono state registrate dalle missioni Apollo sulla superficie del nostro satellite potrebbero essere dovute all'impatto dei meteoriti. Sono queste le conclusioni del lavoro di un team di scienziati guidato da un ricercatore dell'Università Paris Diderot.
 
Di  Marco Galliani

Quando nel luglio del 1969 Neil Armstrong posò il suo piede sulla polverosa superficie della Luna, di fatto aprì una nuova era nello studio del sistema solare. Le missioni Apollo, dalla 11 alla 17 esclusa la sfortunata numero 13, permisero per la prima volta di studiare in situ un corpo celeste. Sulla Luna vennero infatti installati sismografi, riflettori laser, fatti esperimenti e carotaggi, riportando sulla Terra quasi 400 kg di rocce. Una delle sorprese scientifiche che sono scaturite da queste missioni è stata la scoperta di intensi campi magnetici concentrati in alcuni punti della crosta lunare. Scoperta sorprendente per il fatto che le rocce lunari risultano povere di ferro metallico, caratteristica che le rende intrinsecamente poco magnetiche.

Ma allora, come fa la Luna a possedere qua e là queste intense tracce di campo magnetico? Prova a darne una spiegazione il lavoro pubblicato nell’ultimo numero della rivista Science guidato da Mark Wieczorek, dell’Institut de Physique du Globe dell’Università Paris Diderot di Parigi,  secondo cui la maggior parte delle anomalie magnetiche della Luna provengono dai resti altamente magnetizzati di un asteroide di grandi dimensioni che si è schiantato nelle prime fasi di formazione della Luna. Questi detriti avrebbero poi ‘registrato’ i campi magnetici che possedeva anticamente la Luna, conservandone traccia fino ai giorni nostri.

Le ipotesi avanzate dal team di ricerca partono dal fatto che per avere anomalie magnetiche c’è bisogno di due condizioni: la prima, ovvia, è quella dell’esistenza di un campo magnetico. La seconda, della presenza di minerali in grado di registrarlo. Sulla Terra questi minerali sono presenti sotto forma di ossidi di ferro e di solfuri. Sulla Luna invece i principali ‘messaggeri’ di fenomeni di magnetizzazione sono le leghe metalliche di ferro e nickel. Materiali che però sono estremamente rari nella composizione della crosta e del mantello superiore del nostro satellite, e dunque non possono essere ritenuti i soli responsabili delle anomalie magnetiche registrate. Molto più plausibile è invece lo scenario che vede la presenza di depositi di materiale di origine meteoritica, che presenta concentrazioni di leghe ferro-nichel molto più elevate.

Un’ipotesi che secondo gli scienziati trova la sua conferma nello studio della faccia nascosta del nostro satellite. Lì infatti si trova Aitken, un gigantesco bacino da impatto del diametro di circa 2500 chilometri, sul cui bordo settentrionale è concentrata la maggior parte delle anomalie magnetiche lunari. Anomalie che potrebbero essere prodotte dai resti del gigantesco meteorite il cui impatto ha prodotto la sterminata depressione. Secondo le ricostruzioni al calcolatore realizzate dal team, questo proiettile cosmico doveva avere un diametro di circa 200 chilometri e deve essersi avvicinato da sud. L’enorme nuvola di detriti prodotta dalla disgregazione dell’asteroide sarebbe poi ricaduta principalmente sul bordo settentrionale del bacino, dove appunto si concentrano le anomalie magnetiche osservate.

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sabato 10 marzo 2012

Nuova tempesta solare in arrivo: l’energia complessiva è pari a 2 milioni di tonnellate di tritolo

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Le tempeste solari che stanno impattando in questi giorni contro il campo magnetico terrestre stanno mollando un pò la presa in queste ore, dove la nostra magnetosfera può ricompattarsi dopo l’estenuante difesa contro particelle energetiche e nubi di plasma in arrivo a grande velocità. Non ci sarà nemmeno il tempo di “rifiatare” però, che altre tempeste solari raggiungeranno il nostro pianeta nelle prossime ore, determinando nuove tempeste geomagnetiche

Un brillamento di classe M6 infatti, è stato visto esplodere nella giornata di ieri dalla superficie della nostra stella, innescando una nuova espulsione di massa coronale (CME) e conseguente vento solare in accentuazione. 

Nelle scorse notti aurore boreali spettacolari hanno illuminato i cieli delle alte latitudini, e torneranno a farlo non appena le particelle attaccheranno la protezione presente all’esterno del nostro pianeta. La tempesta in arrivo è al momento classificata nella categoria M, che indica un livello di intensità intermedio tra la classe C (la piu’ debole e praticamente priva di serie conseguenze) e la classe X (la più forte e rischiosa per il funzionamento di satelliti, telecomunicazioni e linee elettriche). A scatenare lo tsunami solare è ancora la stessa area attiva che nel giro di pochi giorni ha provocato ben due tempeste, chiamata AR1429

Nel frattempo il telescopio SDO (Solar Dynamics Observatory) della Nasa ha inviato a Terra i primi dati dello tsunami solare, che ha sollevato un getto di plasma, ossia di particelle elettricamente cariche, alto cento chilometri e lo ha scagliato nello spazio alla velocità di 250 chilometri al secondo, con un energia complessiva di 2 milioni di megatoni (pari a quella che liberata dall’esplosione di 2 milioni di tonnellate di tritolo). 

Secondo i modelli elaborati dal centro Goddard della Nasa è probabile che lo sciame di particelle possa raggiungere Marte il 13 marzo e che lungo il percorso possa colpire la sonda americana MSL (Mars Science Lab), sulla quale si trova il rover-laboratorio Curiosity. Potrebbe essere un anticipo di attività per il laboratorio destinato a cercare vita su Marte in quanto i suoi strumenti potrebbero registrare alcuni dati sul bombardamento di particelle che li investirà.

Di Renato Sansone

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Articolo precedente: Tempeste solari e aurore boreali.

Tempeste solari e aurore boreali.

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L'ATTIVITA' SOLARE SI FA INTENSA

La NASA ha annunciato la seconda più intensa tempesta solare da quanto il sole ha ripreso la sua attività. A confronto con gli esperti dell'INAF, Alessando Bemporad e Mauro Messerotti. 
 
In queste ore il Sole è un vero e proprio sorvegliato speciale. Sono infatti numerosi i satelliti americani ed europei che lo stanno osservando, inviando a Terra dati aggiornati e immagini spettacolari. In prima fila ci sono gli osservatori della Nasa Sdo (Solar Dynamics Obervatory) e Soho (Solar and Heliospheric Observatory) e Ace (Advanced Composition Explorer), accanto al satellite europeo Proba 2.
 È molto probabile che d’ora in poi le informazioni che potranno dare saranno sempre più preziose, in quanto l’attività solare sta diventando sempre più intensa, fino a raggiungere il picco, previsto fra gennaio e febbraio 2013.

La frequenza con la quale compaiono macchie e spettacolari eruzioni sulla superficie solare è legata ad un ciclo nel quale periodi nei quali l’attività solare è debole si alternano a periodi nei quali il Sole si risveglia.
La durata di ciascun periodo è di circa 11 anni e nel dicembre 2008 si concluso un ciclo particolarmente lungo di debole attività solare.

”Adesso il Sole è tornato in attività e le eruzioni in corso sono già di un certo rilievo”, rileva l’astronomo Alessandro bemporad, dell‘Osservatorio di Torino dell‘Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf). Anche se il Sole non ha ancora raggiunto il massimo della sua attività, non è detto che le tempeste che potrebbero scatenarsi da oggi al prossimo anno diventino sempre più violente”.

“Attualmente le previsioni dell’evoluzione del ciclo solare sono poco attendibili”, prosegue Bemporad. “Secondo le previsioni più recenti – aggiunge – il prossimo massimo dell’attività solare potrebbe essere fra i più deboli finora osservati”, ma non è da escludere che tempeste violente possano avvenire anche quando il massimo dell’attività solare non e’ ancora stato raggiunto. Nel migliore dei casi le tempeste solari generate dallo scontro fra lo sciame di particelle provenienti dal Sole e il campo magnetico terrestre possono colorare il cielo dei Poli con bellissime aurore, ma nei casi più gravi le tempeste possono danneggiare i satelliti, provocando problemi nelle telecomunicazioni”.

“Per ora si sono verificati dei black out nelle telecomunicazioni a onde corte, ma in seguito si potrebbero registrare problemi ben più rilevanti alle telecomunicazioni satellitari e interruzioni ai sistemi Gps”. A elencare i possibili effetti della tempesta solare sulla Terra è Mauro Messerotti esperto di fisica solare e relazioni Sole-Terra dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Trieste. “Il flusso di particelle generato dalla tempesta spaziale, impropriamente definita solare, va a perturbare il campo geomagnetico della Terra con effetti su molte delle nostre tecnologie”, ha detto l’esperto. La tempesta è iniziata subito dopo la mezzanotte del 7 marzo. “Si è verificato un brillamento – ha spiegato Messerotti – il secondo più intenso del ciclo di attività solare. A questo primo ne è seguito un altro, meno intenso. Questo ha generato un flusso di particelle, in particolare di protoni che ha investito i sistemi spaziali”.

A parte qualche danno alle nostre tecnologie, non ci dovrebbero essere problemi diretti sull’uomo. “Se si escludono gli astronauti, non ci sono prove evidenti che dimostrino un impatto delle tempeste spaziali dirette sull’uomo”, ha precisato Messerotti. “Al massimo ci possono essere problemi sugli aerei che forse saranno costretti a modificare i propri piani di volo”, ha aggiunto. In ogni caso non ci troviamo dinanzi a una tempesta particolarmente eccezionale. “Rientra nella normale attività del sole”, ha sottolineato l’esperto.”Nulla a che vedere – ha continuato – con la super-tempesta solare del 1859, causata da un brillamento intensissimo osservato dall’astronomo inglese Richard Carrington che causò tempeste geomagnetiche, aurore polari e correnti elettriche indotte nei telegrafi”. Certo è che “se si verificasse oggi una super-tempesta – ha concluso l’esperto – questa avrebbe un impatto notevole sulle attività umane con, ad esempio, distruzione di satelliti, prolungati black-out della fornitura di corrente elettrica, delle comunicazioni radio e dei sistemi GPS”.

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Articolo precedente: Le tempeste solari, i danni conseguenti e le loro classificazioni

Le tempeste solari, i danni conseguenti e le loro classificazioni.

Credit: Nasa
La meteorologia spaziale comincia dal Sole. Tutto comincia con un’eruzione che provoca un grande scoppio di luce, e dove le radiazioni conseguenti sono chiamate brillamenti solari. Una gigantesca nube di materiale solare, chiamata espulsione di massa coronale (CME), si mette in moto nello spazio, raggiungendo distanze considerevoli e arrivando ad impattare molto spesso contro il campo magnetico terrestre.

Le tempeste geomagnetiche si verificano quando le particelle cariche provenienti dalla nostra stella interagiscono a lungo con il campo magnetico. Se i campi magnetici puntano in direzione nord scorrono intorno alla Terra, provocando dei lievi cambiamenti, ma se puntano verso Sud, in direzione opposta ai campi magnetici terrestri, gli effetti possono essere molto intensi. Questi cambiano nel tempo la forma della magnetosfera, e rappresenta la fase iniziale di una tempesta geomagnetica. 

La fase successiva può durare più giorni, penetrando sempre di più nei pressi del pianeta. Durante questa fase si verificano le bellissime aurore boreali a latitudini sempre più basse. Come ben sappiamo, questa fase può danneggiare i satelliti presenti in orbita. La fase finale di una tempesta geomagnetica riporta allo stato originale la magnetosfera. Le tempeste non sempre richiedono un’espulsione di massa coronale. Lievi tempeste possono essere causate da un fenomeno chiamato regione di interazione co-rotante. Queste regioni di intensi campi magnetici si formano quando i venti solari ad altà velocità, sorpassano quelli più lenti, creando modelli complessi di fluttuanti campi magnetici. Anche questi possono interagire con la magnetosfera e creare da deboli a moderate tempeste geomagnetiche.

Credit: Nasa
CLASSIFICAZIONI
 
Le tempeste sono misurate da strumenti che misurano la variazione della componente orizzontale del campo magnetico. In base a questa misura, le tempeste geomagnetiche sono suddivise in categorie comprese tra la G1 (minore) e la G5 (estrema). Nei casi più estremi possono verificarsi seri danni alle reti elettriche, al funzionamento dei veicoli spaziali e ai satelliti di rilevamento. Le espulsioni di massa coronale e i brillamenti solari possono trasportare radiazioni composte da protoni e particelle cariche. La radiazione è bloccata dalla magnetosfera terrestre, la quale protegge la popolazione da effetti devastanti. 

Un esempio opposto è dato dagli effetti su Venere, priva di campo magnetico, sul quale parte dell’atmosfera viene praticamente sottratta dalle eruzioni più violente. Le tempeste di radiazioni solari vengono classificate su una scala che va da S1 (minore) a S5 (estreme), determinate dalla velocità delle perticelle solari in un dato spazio nell’atmosfera. Ai loro estremi, tempeste di radiazioni solari possono causare completi black-out alle alte frequenze radio, alla memoria e ai sistemi di imaging sui satelliti, l’avvelenamento da radiazioni agli astronauti all’esterno della magnetosfera terrestre, ed enormi black-out elettrici. 

I black-out radio si verificano quando uno scoppio di raggi X proveniente da un brillamento solare colpisce l’atmosfera terrestre. I raggi X disturbano uno strato dell’atmosfera terrestre nota come Ionosfera, attraverso la quale le onde radio viaggiano. I continui cambiamenti nella ionosfera modificano i percorsi delle onde radio che si muovono, degradando così le informazioni che trasportano. Questo riguarda sia l’alta che la bassa frequenza delle onde radio simili. La perdita di comunicazione radio a bassa frequenza provoca misurazioni GPS errate, e possono inoltre colpire le applicazioni che governano il posizionamento satellitare. I black-out radio vengono valutati su una scala da R1 (minore) a R5 (estremo).

Di Renato Sansone

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venerdì 9 marzo 2012

La violenta tempesta solare danneggia le telecamere della sonda Venus Express.

Credit: Nasa
Le forti radiazioni provenienti da una delle tempeste solari più intense degli ultimi anni hanno temporaneamente danneggiato la sonda Venus Express in orbita intorno a Venere. I responsabili della missione sono ora al lavoro per risolvere il problema. La sonda si trova molto più vicina al Sole che alla Terra, e le sue telecamere non sono più in grado di osservare tutte le stelle in quanto “accecate” dalla forte attività solare. Gli operatori di bordo hanno il pieno controllo di Venus Express, ma si affidano soltanto ai giroscopi di bordo e alle correzioni manuali per cercare di ripristinare le telecamere. 

Gli esperti avevano informato del rischio derivante da queste nubi di plasma incandescente e dalle particelle cariche provenienti dal Sole, che avrebbero potuto causare danni ai satelliti e alle sonde spaziali. Fortunatamente il guasto non dovrebbe essere permanente, in quanto la sonda già in passato ha mostrato dei problemi legati alla alta attività solare. Ma questa volte le telecamere sono fuori uso da ben 40 ore, un lasso di tempo insolitamente lungo. Sino ad ora “gli occhi” della sonda non si erano mai spenti oltre le 32 ore, per cui questo evento rappresenta una sorta di evento eccezionale. 

I funzionari dell’ESA avvertono che i disagi potrebbero durare anche dei giorni, anche perché il Sole non accenna a calmarsi. “Non ci piace essere in questo tipo di situazione. Normalmente queste sonde sono molto autonome, ma questo ci obbliga a fare un sacco di operazioni manuali che normalmente non si fanno”, dice Paolo Ferri, capo delle operazioni dell’ESA. Alla fine, la navicella dovrebbe tornare alle normali operazioni, ma i funzionari dell’ESA continueranno a monitorare attentamente la situazione e mantenere il controllo della sonda. Nel frattempo i responsabili della missione hanno sospeso molte funzioni a bordo di Venus Express fino a quando le cose non torneranno alla normalità. “Non stiamo partendo dal presupposto che questo tipo di problema è permanente“, ha detto Ferri. “Il Sole passa normalmente attraverso aumenti e diminuzioni della sua attività, e abbiamo bisogno di un breve periodo di tranquillità per recuperare le telecamere.“ Ed effettivamente la tempesta solare non può continuare per sempre.

Di Renato Sansone

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