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lunedì 6 agosto 2012

Curiosity ce l'ha fatta. Il Rover della Nasa è su Marte.


Martedì 06 Agosto 2012

Curiosity ce l’ha fatta

Si è svolto secondo i piani l’atterraggio della nuova missione robotica sul pianeta rosso.
Alle 7 e 31 di oggi, ora italiana, il modulo di discesa ha calato sul suolo marziano il rover della NASA.
Il videoeditoriale di Giovanni Bignami.

La manovra dello "Sy Crane"
in una rappresentazione artistica
(NASA/JPL-Caltech )
È arrivato e sta bene. Uscito indenne da quei famosi “sette minuti di terrore” di cui aveva parlato la NASA, il rover Curiosity è regolarmente approdato su Marte alle 7 e 31 ora italiana, ed è ora pronto a iniziare la sua esplorazione.

Tutto si è svolto secondo i piani, con la separazione del rover dal vettore alle 7 e 15 circa, l’entrata nell’atmosfera dieci minuti dopo, e poi la rapida discesa verso il punto prescelto, rallentata e guidata da un paracadute; infine, a pochi metri dal suolo, l’accensione dei razzi che hanno guidato l’avvicinamento alla superficie. Negli ultimi secondi il rover è stato letteralmente depositato sul suolo marziano con un sistema mai utilizzato prima, lo Sky Crane, in cui il rover è stato calato dolcemente dal modulo di discesa grazie a cavi di nylon, tagliati appena avvenuto il contatto con il terreno.

L'opinione di Giovanni Bignami - Presidente Inaf e Cospar



Link articolo: Media Inaf

domenica 1 aprile 2012

Alle superTerre piacciono le nane rosse.

Rappresentazione artistica di un
tramonto visto da Gliese 667 c
Uno studio su dati HARPS dell'ESO.

Questa classe di pianeti, poco più grandi della Terra, sembra essere comune intorno alle deboli stelle rosse. Inoltre, non raramente, nella cosiddetta fascia di abitabilità. L'ultimo scoperto, Gliese 667 C avrebbe le condizioni adatte per la presenza di acqua liquida sulla superficie.

Di Francesco Rea

La vita al di fuori del sistema solare? Probabilmente vicino ad una stella rossa. È quanto sembra venire fuori da uno studio condotto da un team internazionale di astronomi che ha usato i dati di sei anni di osservazioni compiute con lo spettrografo HARPS, il cacciatore di pianeti dell’ESO.

Secondo quanto riportato, infatti, il numero di super – Terre, pianeti che misurano da una a dieci volte le dimensioni della Terra, sarebbero comuni nelle fascie abitabili intorno a deboli stelle rosse. E considerato che le nane rosse rappresentano circa l’80% delle stelle della Via Lattea e alcune distano “appena” 30 anni luce dal nostro Sole, la caccia alla vita su questi pianeti diventa decisamente interessante.

“Le nostre nuove osservazioni con HARPS indicano che circa il 40% di tutte le nane rosse ha una super-Terra in orbita nella zona abitabile, dove l’acqua può esistere allo stato liquido sulla superficie del pianeta”, dice Xavier Bonfils (IPAG, Osservatorio di Scienza dell’Universo di Grenoble, Francia) che guida l’equipe. “Poiché le nane rosse sono così comuni – ce ne sono circa 160 milliardi solo nella Via Lattea – questo ci porta al sorprendente risultato che ci sono decine di miliardi di questi pianeti solo nella Via Lattea”.

L’equipe di HARPS ha analizzato un campione ben selezionato di 102 nane rosse nei cieli australi, osservate per un periodo di sei anni. Sono state identificate in totale nove super-Terre (pianeti con massa tra una e dieci volte quella della Terra) tra cui due nella zona abitabile, una in Gliese 581 e una in Gliese 667 C. Gli astronomi hanno potuto stimare la massa del pianeta e la dimensione dell’orbita, cioè quanto il pianeta sia lontano dalla stella.

“La zona abitabile, cioè la regione in cui la temperatura permette all’acqua di essere liquida sulla superficie del pianeta, è molto più vicina alla stella per una nana rossa che per il Sole.” spiega Stéphane Udry (Osservatorio di Ginevra e membro dell’equipe scientifica). “Ma le nane rosse sono soggette a eruzioni stellari e brillamenti che potrebbero inondare il pianeta di raggi X o ultravioletti e che renderebbero la presenza di vita molto meno probabile”.

Uno dei pianeti scoperti dalla survey HARPS di nane rosse è Gliese 667 Cc. Anche se questo è un pianeta pesante quattro volte la Terra, è il parente più prossimo al nostro pianeta finora trovato e quasi certamente, dicono dall’ESO, ha le condizioni adatte per l’esistenza di acqua allo stato liquido sulla superficie.

“Ora che sappiamo che ci sono molte super-Terre attorno a nane rosse vicine, dobbiamo identificarne sempre di più usando sia HARPS che futuri strumenti. Alcuni di questi pianeti dovrebbero passare di fronte alla loro stella madre durante l’orbita — questo apre l’entusiasmante possibilità di studiare l’atmosfera del pianeta e cercarvi segni di vita”, è la chiosa di Xavier Delfosse, altro membro dell’equipe.


Link correlati: Corriere della Sera

Link articolo: www.media.inaf.it

Pianeti con i capelli bianchi.

Rappresentazione artistica di
HIP 11952 e dei suoi due giganti gassosi.
Crediti: Timotheos Samartzidis
QUASI 26 MILIARDI DI ANNI IN DUE

Sono fra i più antichi conosciuti, e si trovano a 375 anni luce dalla Terra, in orbita attorno a HIP 11952: una stella antichissima, 12.8 miliardi di anni l’età stimata. Fra gli autori della scoperta, quattro astronomi italiani: tre sono donne, e tutti lavorano all’estero.

Di Marco Malaspina

Dopo il pianeta più piccolo, quello più caldo, quello più nero, quello più liquido, quello più veloce e quello più simile alla Terra, ecco arrivare il turno del pianeta più vecchio. Anzi, dei più vecchi, perché di mondi matusalemme ne sono stati scoperti ben due in un colpo solo. La Terra, con i suoi 4.5 miliardi di anni alle spalle, al confronto è una ragazzina. I due mondi orbitanti nel sistema planetario di HIP 11952, una stella nella costellazione della Balena, di anni ne hanno quasi il triplo: 12.8 miliardi a testa.

A individuarli, misurando lo stellar wobble – la variazione periodica della velocità radiale delle stelle dovuta a uno o più corpi che orbitano loro attorno – con lo spettrografo FEROS, un team di ricercatori guidato da Johny Setiawan, del Max-Planck-Institut für Astronomie. Del team fanno parte tre ricercatrici e un ricercatore italiani, tutti in attività all’estero: Veronica Roccatagliata (responsabile della survey, dello University Observatory di Monaco), Davide Fedele (della Johns Hopkins University, a Baltimore), Anna Pasquali ed Elisabetta Caffau (entrambe dell’università di Heidelberg, in Germania).

I due pianeti, che prendono il nome della stella madre con l’aggiunta delle lettere minuscole ‘b’ e ‘c’, sono entrambi giganti gassosi, con periodo orbitale di 290 giorni per uno e appena 7 giorni per l’altro. Nulla d’eccezionale, due mondi alieni come tanti. Se non fosse per la composizione stella che li ospita, talmente “light” da rendere la presenza di un sistema planetario attorno a essa un fatto del tutto inaspettato. «Il primo esempio di un sistema analogo, in orbita attorno a una stella poverissima di metalli, HIP 13044, l’avevamo individuato già nel 2010», ricorda Veronica Roccatagliata (vedi la news su Media INAF sul “Pianeta extrasolare extragalattico”). «All’epoca pensammo che si trattasse d’un caso più unico che raro. Ora, alla luce di questa nuova osservazione, pare invece che l’esistenza di pianeti attorno a stelle del genere sia più comune del previsto».

Quando dicono “a bassa metallicità”, gli astronomi intendono una stella fatta quasi interamente di idrogeno ed elio, i due elementi più “light” della tavola periodica. E un tipico indicatore di “leggerezza” è la bassa abbondanza di ferro: ebbene, HIP 11952 ha un’abbondanza di ferro pari ad appena l’uno per cento di quella del Sole. Ma c’è di più: oltre a essere straordinariamente povera di metalli, con la sua veneranda età è anche fra i sistemi planetari più antichi che si conoscano. «È come aver trovato un reperto archeologico nel giardino di casa», dice Johny Setiawan. «Questi pianeti, probabilmente, si sono formati quando la Via Lattea era ancora bambina».

L’individuazione di HIP 11952 b e di HIP 11952 c è avvenuta grazie a FEROS (Fibre-fed Extended Range Optical Spectrograph), uno spettrografo installato sul telescopio da 2.2 metri del Max Planck e dell’ESO che sorge all’osservatorio dello European Southern Observatory di La Silla, in Cile.

Per saperne di più:
Link articolo: www.media.inaf.it

domenica 18 marzo 2012

Una scintillante distesa di stelle. Messier 9.

L'ammasso globulare M9 ripreso
in tutto il suo splendore dal
telescopio spaziale Hubble.
Crediti: NASA&ESA
L'AMMASSO M9 RIPRESO DA HUBBLE.

250.000 stelle nella più dettagliata immagine mai presa dell'ammasso globulare Messier 9. Una vista mozzafiato ottenuta dalla Advanced Camera for Surveys del telescopio spaziale Hubble.

Di Marco Galliani

Nebulosa priva di stelle nella gamba destra di Ofiuco. Tonda e debole.” Così Charles Messier descrive il nono oggetto del suo celeberrimo catalogo, da lui osservato per la prima volta durante la notte del 28 maggio 1764. In realtà quella macchiolina indefinita era un ammasso di stelle, che William Herschel riuscì a risolvere per la prima volta nel 1784. Da allora la strumentazione astronomica e le tecniche di ripresa hanno fatto passi da gigante, regalandoci viste sempre più dettagliate degli oggetti celesti. E proprio l’immagine di M9, ottenuta dal telescopio spaziale Hubble appena pubblicata ne è la migliore, spettacolare conferma.

Ben 250.000 stelle sono visibili nella ripresa più dettagliata mai ottenuta dell’ammasso globulare, che si trova a circa 25000 anni luce da noi, in direzione del centro della nostra Galassia. Messier 9, così come gli altri ammassi globulari, ospita alcune delle stelle più antiche che popolano la Via Lattea, formatesi quando l’universo aveva solo una piccola frazione della sua età attuale. Oltre ad essere molto più antiche del Sole -- circa il doppio della sua età -- le stelle di Messier 9 possiedono anche una differente composizione chimica, in cui l’abbondanza di elementi pesanti è molto inferiore rispetto a quella riscontrata nella nostra stella. Nella splendida immagine, oltre al nugolo di astri, si percepiscono chiaramente i loro differenti colori. Un caleidoscopio di sfumature, che vanno dal rosso, indice di temperature superficiali relativamente basse, al blu, associato alle stelle più calde.

 Gli spledenti gioielli di Messier 9 - di Stefano Parisini (Inaf-Tv)



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domenica 11 marzo 2012

Magnetismo lunare dai meteoriti

I maggiori gruppi di anomalie magnetiche
(sulla sinistra nell'immagine) sulla Luna
sono concentrati sul bordo settentrionale
del bacino Aitken, che si trova
nella faccia nascosta del nostro satellite.
Crediti: Science/AAAS

LO STUDIO SULLA RIVISTA SCIENCE
 
Le anomalie nel campo magnetico lunare che sono state registrate dalle missioni Apollo sulla superficie del nostro satellite potrebbero essere dovute all'impatto dei meteoriti. Sono queste le conclusioni del lavoro di un team di scienziati guidato da un ricercatore dell'Università Paris Diderot.
 
Di  Marco Galliani

Quando nel luglio del 1969 Neil Armstrong posò il suo piede sulla polverosa superficie della Luna, di fatto aprì una nuova era nello studio del sistema solare. Le missioni Apollo, dalla 11 alla 17 esclusa la sfortunata numero 13, permisero per la prima volta di studiare in situ un corpo celeste. Sulla Luna vennero infatti installati sismografi, riflettori laser, fatti esperimenti e carotaggi, riportando sulla Terra quasi 400 kg di rocce. Una delle sorprese scientifiche che sono scaturite da queste missioni è stata la scoperta di intensi campi magnetici concentrati in alcuni punti della crosta lunare. Scoperta sorprendente per il fatto che le rocce lunari risultano povere di ferro metallico, caratteristica che le rende intrinsecamente poco magnetiche.

Ma allora, come fa la Luna a possedere qua e là queste intense tracce di campo magnetico? Prova a darne una spiegazione il lavoro pubblicato nell’ultimo numero della rivista Science guidato da Mark Wieczorek, dell’Institut de Physique du Globe dell’Università Paris Diderot di Parigi,  secondo cui la maggior parte delle anomalie magnetiche della Luna provengono dai resti altamente magnetizzati di un asteroide di grandi dimensioni che si è schiantato nelle prime fasi di formazione della Luna. Questi detriti avrebbero poi ‘registrato’ i campi magnetici che possedeva anticamente la Luna, conservandone traccia fino ai giorni nostri.

Le ipotesi avanzate dal team di ricerca partono dal fatto che per avere anomalie magnetiche c’è bisogno di due condizioni: la prima, ovvia, è quella dell’esistenza di un campo magnetico. La seconda, della presenza di minerali in grado di registrarlo. Sulla Terra questi minerali sono presenti sotto forma di ossidi di ferro e di solfuri. Sulla Luna invece i principali ‘messaggeri’ di fenomeni di magnetizzazione sono le leghe metalliche di ferro e nickel. Materiali che però sono estremamente rari nella composizione della crosta e del mantello superiore del nostro satellite, e dunque non possono essere ritenuti i soli responsabili delle anomalie magnetiche registrate. Molto più plausibile è invece lo scenario che vede la presenza di depositi di materiale di origine meteoritica, che presenta concentrazioni di leghe ferro-nichel molto più elevate.

Un’ipotesi che secondo gli scienziati trova la sua conferma nello studio della faccia nascosta del nostro satellite. Lì infatti si trova Aitken, un gigantesco bacino da impatto del diametro di circa 2500 chilometri, sul cui bordo settentrionale è concentrata la maggior parte delle anomalie magnetiche lunari. Anomalie che potrebbero essere prodotte dai resti del gigantesco meteorite il cui impatto ha prodotto la sterminata depressione. Secondo le ricostruzioni al calcolatore realizzate dal team, questo proiettile cosmico doveva avere un diametro di circa 200 chilometri e deve essersi avvicinato da sud. L’enorme nuvola di detriti prodotta dalla disgregazione dell’asteroide sarebbe poi ricaduta principalmente sul bordo settentrionale del bacino, dove appunto si concentrano le anomalie magnetiche osservate.

Link articolo: www.media.inaf.it

sabato 10 marzo 2012

Tempeste solari e aurore boreali.

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L'ATTIVITA' SOLARE SI FA INTENSA

La NASA ha annunciato la seconda più intensa tempesta solare da quanto il sole ha ripreso la sua attività. A confronto con gli esperti dell'INAF, Alessando Bemporad e Mauro Messerotti. 
 
In queste ore il Sole è un vero e proprio sorvegliato speciale. Sono infatti numerosi i satelliti americani ed europei che lo stanno osservando, inviando a Terra dati aggiornati e immagini spettacolari. In prima fila ci sono gli osservatori della Nasa Sdo (Solar Dynamics Obervatory) e Soho (Solar and Heliospheric Observatory) e Ace (Advanced Composition Explorer), accanto al satellite europeo Proba 2.
 È molto probabile che d’ora in poi le informazioni che potranno dare saranno sempre più preziose, in quanto l’attività solare sta diventando sempre più intensa, fino a raggiungere il picco, previsto fra gennaio e febbraio 2013.

La frequenza con la quale compaiono macchie e spettacolari eruzioni sulla superficie solare è legata ad un ciclo nel quale periodi nei quali l’attività solare è debole si alternano a periodi nei quali il Sole si risveglia.
La durata di ciascun periodo è di circa 11 anni e nel dicembre 2008 si concluso un ciclo particolarmente lungo di debole attività solare.

”Adesso il Sole è tornato in attività e le eruzioni in corso sono già di un certo rilievo”, rileva l’astronomo Alessandro bemporad, dell‘Osservatorio di Torino dell‘Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf). Anche se il Sole non ha ancora raggiunto il massimo della sua attività, non è detto che le tempeste che potrebbero scatenarsi da oggi al prossimo anno diventino sempre più violente”.

“Attualmente le previsioni dell’evoluzione del ciclo solare sono poco attendibili”, prosegue Bemporad. “Secondo le previsioni più recenti – aggiunge – il prossimo massimo dell’attività solare potrebbe essere fra i più deboli finora osservati”, ma non è da escludere che tempeste violente possano avvenire anche quando il massimo dell’attività solare non e’ ancora stato raggiunto. Nel migliore dei casi le tempeste solari generate dallo scontro fra lo sciame di particelle provenienti dal Sole e il campo magnetico terrestre possono colorare il cielo dei Poli con bellissime aurore, ma nei casi più gravi le tempeste possono danneggiare i satelliti, provocando problemi nelle telecomunicazioni”.

“Per ora si sono verificati dei black out nelle telecomunicazioni a onde corte, ma in seguito si potrebbero registrare problemi ben più rilevanti alle telecomunicazioni satellitari e interruzioni ai sistemi Gps”. A elencare i possibili effetti della tempesta solare sulla Terra è Mauro Messerotti esperto di fisica solare e relazioni Sole-Terra dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Trieste. “Il flusso di particelle generato dalla tempesta spaziale, impropriamente definita solare, va a perturbare il campo geomagnetico della Terra con effetti su molte delle nostre tecnologie”, ha detto l’esperto. La tempesta è iniziata subito dopo la mezzanotte del 7 marzo. “Si è verificato un brillamento – ha spiegato Messerotti – il secondo più intenso del ciclo di attività solare. A questo primo ne è seguito un altro, meno intenso. Questo ha generato un flusso di particelle, in particolare di protoni che ha investito i sistemi spaziali”.

A parte qualche danno alle nostre tecnologie, non ci dovrebbero essere problemi diretti sull’uomo. “Se si escludono gli astronauti, non ci sono prove evidenti che dimostrino un impatto delle tempeste spaziali dirette sull’uomo”, ha precisato Messerotti. “Al massimo ci possono essere problemi sugli aerei che forse saranno costretti a modificare i propri piani di volo”, ha aggiunto. In ogni caso non ci troviamo dinanzi a una tempesta particolarmente eccezionale. “Rientra nella normale attività del sole”, ha sottolineato l’esperto.”Nulla a che vedere – ha continuato – con la super-tempesta solare del 1859, causata da un brillamento intensissimo osservato dall’astronomo inglese Richard Carrington che causò tempeste geomagnetiche, aurore polari e correnti elettriche indotte nei telegrafi”. Certo è che “se si verificasse oggi una super-tempesta – ha concluso l’esperto – questa avrebbe un impatto notevole sulle attività umane con, ad esempio, distruzione di satelliti, prolungati black-out della fornitura di corrente elettrica, delle comunicazioni radio e dei sistemi GPS”.

Link articolo: www.media.inaf.it

Articolo precedente: Le tempeste solari, i danni conseguenti e le loro classificazioni

mercoledì 7 marzo 2012

Antimateria al microonde.

Una rappresentazione schematica
della porzione dell’esperimento
ALPHA nella quale gli antidrogeni
vengono sintetizzati e intrappolati.
E  il grafico del potenziale elettrico
nella trappola.
Crediti: Nature
(copyright Macmillan Magazines 2010)
ESPERIMENTO SPETTROSCOPICO SULL’ANTIDROGENO

Misurate per la prima volta alcune proprietà di un atomo d’antimateria, e in particolare di un antidrogeno. A realizzare l’esperimento, i cui risultati sono pubblicati sull’ultimo numero di Nature, gli scienziati della collaborazione ALPHA, al CERN.

Di Marco Malaspina.

Ormai non c’è dubbio, i maghi dell’antimateria sono loro: gli scienziati della collaborazione ALPHA del CERN. Poco più di un anno fa erano riusciti a imbrigliarne 38 atomi. L’estate scorsa avevano infranto un altro record, riuscendo a tenere in trappola atomi di antidrogeno per 16 interminabili minuti. E ora, per la prima volta nella storia, sono finalmente riusciti a studiarli e a manipolarli, questi anti-atomi confinati così a fatica. Una tappa fondamentale per arrivare a confrontare, in modo puntuale e preciso, le proprietà degli atomi di materia ordinaria e di quelli “anti”. Come ci sono riusciti? Con le microonde.

«Per decenni, gli scienziati hanno sognato di poter studiare le proprietà intrinseche degli anti-atomi, nella speranza d’imbattersi in indizi che potessero aiutarli a trovare risposte a domande fondamentali sul nostro universo», dice uno degli autori dell’articolo pubblicato oggi su Nature, Mike Hayden, ricercatore alla Simon Fraser University e membro della collaborazione ALPHA. «A metà del secolo scorso, i fisici stavano sviluppando e utilizzando le tecniche a microonde per studiare gli atomi ordinari, come l’idrogeno. Ora, a 60 o 70 anni di distanza, abbiamo avuto la possibilità di assistere alle prime interazioni fra le microonde e un anti-atomo».

In particolare, Hyden e colleghi sono riusciti a invertire – irradiandoli con microonde finemente regolate in frequenza in modo da raggiungere una condizione detta di “risonanza interna” – lo spin dei positroni (gli anti-elettroni) di atomi di antidrogeno confinati magneticamente nella trappola per antimateria di ALPHA. E l’inversione dello spin ha fatto sì che gli anti-atomi venissero espulsi dalla trappola. «Questo esperimento dimostra che è possibile applicare la spettroscopia a microonde anche a entità così diabolicamente difficili da gestire come gli anti-atomi», spiega un altro scienziato del teamWalter Hardy, della University of British Columbia.

L’ambizione, per la collaborazione ALPHA, è quella di arrivare a misurare un anti-spettro: lo spettro dell’antidrogeno. Spettro che, stando ai principi fondamentali della fisica, dovrebbe essere identico a quello dell’idrogeno. «L’idrogeno è l’elemento più abbondante nell’Universo», osserva Jeffrey Hangst, il portavoce di ALPHA, «e la sua struttura ci è ormai estremamente chiara. Adesso abbiamo finalmente una chiave d’accesso anche alla verità dell’antidrogeno. I due sono diversi? È ancora prematuro rispondere, ma ora possiamo affermare con certezza che il tempo ce lo saprà dire».


Link articolo: www.media.inaf.it

Link video: www.youtube.com - Canale Youtube InafTv

martedì 6 marzo 2012

Esplosioni sopra Venere

www.media.inaf.it
HOT FLOW ANOMALY

Sono violenti rilasci di energia dovuti all'interazione del vento solare con l'ambiente attorno ai pianeti. Attorno alla Terra se ne verifica in media uno al giorno. Ora un team di scienziati ne ha individuato per la prima volta uno avvenuto sopra Venere. Decisivi i dati raccolti dalla sonda Venus Express dell'ESA. 

Di Marco Galliani

Tutti i pianeti del Sistema solare devono fare i conti con il vento solare, il flusso di particelle e gas allo stato di plasma che la nostra stella emette continuamente. Questa tenue brezza, che porta con sé solo poche particelle per centimetro cubo, si propaga però con velocità elevatissime, che superano abbondantemente il milione di chilometri l’ora. Da noi, sulla Terra, l’impatto del vento solare è fortunatamente mitigato dal campo magnetico che possiede il nostro pianeta. Una sorta di guscio invisibile posto a circa 70.000 chilometri da noi che ci scherma, deflettendo la stragrande maggioranza delle particelle del vento solare verso i confini dell’eliosfera.

Ma non tutti i pianeti possiedono un campo magnetico. Venere è uno di questi. Cosa succede quando il vento solare si scontra con gli strati più alti della sua spessa atmosfera, ben 90 volte più densa di quella terrestre? Questa condizione produce fenomeni molto complessi e interessanti, che ancora non sono stati del tutto bene compresi e sui quali ha indagato un team guidato da scienziati del Goddard Space Flight Center della NASA.
Un’indagine che ha portato alla scoperta di una sorta di esplosione avvenuta sopra il pianeta, che prende il nome di Hot Flow Anomaly (HFA). Questo tipo di eventi, che avvengono anche nell’ambiente terrestre, produce una temporanea inversione del flusso del vento solare che spazza Venere, creando una sorta di ‘rimbalzo’ di materia.

“Nell’ambiente terrestre le Hot Flow Anomalies in media si registrano una volta al giorno” dice Glyn Collinson, del centro di ricerca della NASA e primo autore dell’articolo sulla scoperta in corso di pubblicazione sulla rivista Journal of Geophysical Research. “Sono state osservate su Saturno, forse anche su Marte, e ora ne abbiamo registrato la loro traccia nell’ambiente di Venere. Poiché il pianeta non possiede campo magnetico, l’esplosione avviene proprio sopra la sua superficie”.

La caccia agli HFA su Venere è iniziata nel 2009, quando il satellite Messenger della NASA, che in realtà è una missione dedicata allo studio di Mercurio, ha individuato quello che potrebbe essere stato un HFA nell’ambiente venusiano. Ma gli strumenti e la posizione della sonda potevano solo limitarsi a suggerire la possibilità di questo evento. La certezza sarebbe arrivata solo da misure dirette delle proprietà del materiale in allontanamento da Venere. Ecco allora l’idea di studiare i dati della sonda Venus Express dell’ESA, che dal 2007 era già attorno al pianeta e raccoglieva ininterrottamente informazioni sulla sua atmosfera e sulla sua struttura.

Il team ha passato al setaccio le misure di campo magnetico e temperatura delle particelle attorno al pianeta per individuare se ci fossero dei segnali di cambiamenti repentini nei valori di temperatura e campo magnetico durante le sue orbite, segnale inequivocabile che la sonda aveva attraversato una di queste smisurate esplosioni: un po’ come quello che accade quando un proiettile colpisce e attraversa una mongolfiera in volo, trovando al suo interno una temperatura più alta rispetto all’ambiente circostante. Ma nel caso di Venus Express, questo attraversamento doveva essere accompagnato da altri segnali, come un salto repentino nei valori dei campi magnetici e nella densità dell’ambiente attraversato, poiché le regioni interne degli HFA sono meno dense di quelle circostanti. Il lavoro è stato lungo e molto complesso, anche perché gli strumenti di Venus Express non erano stati progettati per questo specifico tipo di indagini. Ma come a volte accade, la tenacia degli scienziati è stata ripagata. Tra i dati analizzati è infatti spuntato un evento, avvenuto il 22 marzo 2008, che mostra tutte le caratteristiche tipiche di una Hot Flow Anomaly.

Anche in questo caso è grazie ai preziosi dati raccolti da Venus Express se è stato possibile scoprire questi fenomeni su Venere. Ma gli scienziati sono andati oltre, e hanno provato a ipotizzare quali siano i processi che portano alla formazione di un evento HFA sul pianeta. Il vento solare in movimento trasporta con sé campi magnetici di origine solare, che possono cambiare direzione bruscamente, producendo delle discontinuità. A volte queste discontinuità si allineano con il flusso del vento solare, in modo da rimanere in contatto con quello che viene chiamato il bow shock, la regione dove il vento solare supersonico rallenta bruscamente e viene deflesso attorno al pianeta. Se le discontinuità del campo magnetico viaggiano lentamente attraverso il bow shock, sono in grado di intrappolare particelle che possono andare a formare una ‘sacca’ di plasma a 10 milioni di gradi che può raggiungere le dimensioni della Terra. Queste particelle intrappolate emettono così potenti onde d’urto che creano gli sconvolgimenti osservati nel flusso del vento solare.

Link articolo: www.media.inaf.it

domenica 4 marzo 2012

L’arcobaleno infrarosso di Orione.

Immagine combinata delle osservazioni
del telescopio Spitzer della NASA
e della missione Herschel dell'ESA.
I dati di Spitzer, a lunghezze d’onda di
8 e 24 micron, sono resi in blu.
Quelli di Herschel, a 70 e 160 micron,
sono invece rappresentati
rispettivamente in verde e rosso.
Crediti: NASA/ESA/JPL-Caltech/IRAM
NOTATO UNO SFARFALLIO FRA LE GIOVANI STELLE

Osservazione congiunta per i telescopi Herschel e Spitzer delle due agenzie spaziali ESA e NASA. La coppia di occhi infrarossi inquadra la culla stellare della Nebulosa di Orione: una miriade di stelle allo stato embrionale avvolte in nubi di gas e polveri. 

Di Marco Malaspina
Spitzer ed Herschel come Starsky e Hutch. I due telescopi spaziali – il primo targato ESA, il secondo NASA – escono in missione in coppia con un obiettivo comune: perlustrare la Nebulosa di Orione per cogliere sul fatto la formazione delle stelle. Entrambi sensibili all’infrarosso, i due satelliti sono complementari: i sensori di Spitzer rendono al meglio con le onde più corte del vicino infrarosso, la porzione di spettro prossima alla luce visibile, mentre quelli di Herschel sono stati progettati per il lontano infrarosso, al confine con le microonde. E nel corso dell’appostamento mettono a segno un colpo da maestro, assistendo in diretta a una sorta di rito d’iniziazione: il processo turbolento e rissoso – fatto di bruschi innalzamenti e abbassamenti di temperatura – che porta le giovani stelle verso l’età adulta.

La visione a infrarossi dei due telescopi ha inquadrato una regione della Nebulosa di Orione popolata da una miriade di stelle allo stato embrionale avvolte in nubi di gas e polveri. Quando queste nubi si raggrumano per effetto della gravità, danno origine a globuli densi e caldi, avvolti e alimentati da dischi di materia. Nel corso di centinaia di migliaia di anni, alcune di queste protostelle aggregano una quantità di materiale sufficiente a innescare nel nucleo una fusione nucleare, accendendo così una nuova stella.

Nel corso dell’inverno e della primavera 2011, Herschel ha perlustrato questa regione del cielo una volta a settimana per sei settimane, raccogliendo con lo strumento PACS (Photodetector Array Camera and Spectrometer) gli indizi della presenza di particelle di polvere fredda. Nel frattempo, il “collega” Spitzer si è fatto carico di tenere sott’occhio la polvere più calda, che emette a lunghezze d’onda più corte. Combinando i dati così raccolti, gli astronomi hanno notato che la luminosità di molte fra le stelle più giovani ha subito, nell’arco di appena qualche settimana, variazioni superiori al 20 percento.

Poiché questo sfarfallio proviene dall’emissione infrarossa della materia fredda, il punto da cui ha origine deve trovarsi distante dal cuore caldo delle giovani stelle, probabilmente nel disco esterno o nel gas che le avvolge. Una distanza che la materia più esterna, nella sua discesa a spirale verso il cuore della stella, dovrebbe impiegare anni, se non addirittura secoli, per colmare. E non certo poche settimane. Com’è dunque possibile che le variazioni avvengano in un lasso di tempo così breve? Due le ipotesi degli astronomi. Una possibilità è che filamenti grumosi di gas s’incanalino verso le zone centrali della stella, innalzando temporaneamente la temperatura quando il disco interno viene raggiunto. Oppure, le variazioni potrebbero essere dovute all’ombra generata da accumuli occasionali di materiale sul bordo interno del disco.

Link articolo: www.media.inaf.it/2012/03/01/arcobaleno-infrarosso-orione

Link correlato: I gas, le polveri e le stelle della costellazione di Orione - Il blog di Canc