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domenica 19 agosto 2012

Flying Over the Earth at Night.

From the Iss - International Space Station

Video Credit: Nasa

lunedì 6 agosto 2012

Curiosity ce l'ha fatta. Il Rover della Nasa è su Marte.


Martedì 06 Agosto 2012

Curiosity ce l’ha fatta

Si è svolto secondo i piani l’atterraggio della nuova missione robotica sul pianeta rosso.
Alle 7 e 31 di oggi, ora italiana, il modulo di discesa ha calato sul suolo marziano il rover della NASA.
Il videoeditoriale di Giovanni Bignami.

La manovra dello "Sy Crane"
in una rappresentazione artistica
(NASA/JPL-Caltech )
È arrivato e sta bene. Uscito indenne da quei famosi “sette minuti di terrore” di cui aveva parlato la NASA, il rover Curiosity è regolarmente approdato su Marte alle 7 e 31 ora italiana, ed è ora pronto a iniziare la sua esplorazione.

Tutto si è svolto secondo i piani, con la separazione del rover dal vettore alle 7 e 15 circa, l’entrata nell’atmosfera dieci minuti dopo, e poi la rapida discesa verso il punto prescelto, rallentata e guidata da un paracadute; infine, a pochi metri dal suolo, l’accensione dei razzi che hanno guidato l’avvicinamento alla superficie. Negli ultimi secondi il rover è stato letteralmente depositato sul suolo marziano con un sistema mai utilizzato prima, lo Sky Crane, in cui il rover è stato calato dolcemente dal modulo di discesa grazie a cavi di nylon, tagliati appena avvenuto il contatto con il terreno.

L'opinione di Giovanni Bignami - Presidente Inaf e Cospar



Link articolo: Media Inaf

sabato 28 luglio 2012

Il fratello minore della Terra - UCF-1.01

Rappresentazione artistica
del pianeta 'fratello' della Terra
UCF-1.01
(fonte: NASA/JPL-Caltech)
 
 

Gli studiosi della University of Central Florida (UCF), coordinati dall'americano Kevin Stevenson, grazie al telescopio spaziale Spitzer della Nasa hanno scoperto il "fratello minore" della Terra, il piu' piccolo pianeta mai scoperto all'esterno del Sistema Solare.

Il "nuovo" pianeta, chiamato UCF-1.01, presenta temperature incandescenti, fino a 600 gradi, praticamente privo di atmosfera e ruota rapidamente attorno alla sua stella, una nana rossa denominata GJ 436, in appena 1,4 giorni terrestri. Il diametro è di 8.400 km, due terzi rispetto a quello della Terra e si trova a 33 anni luce da noi.

Secondo uno degli autori della ricerca, Joseph Harrington, la vicinanza cosi forte alla stella potrebbe aver sciolto la superficie del pianeta extrasolare e ''UCF-1.01 potrebbe anche essere coperto in magma''.

Lorenzo Canciani

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Kepler 30: scoperto un sistema solare simile al nostro.

Kepler 30
E' stato scoperto un "sosia" del Sistema Solare, i cui pianeti ruotano intorno alla loro stella con una configurazione simile ai pianeti del nostro sistema planetario. È la prima volta che viene scoperto un sistema planetario di questo tipo e il risultato può aiutare a far luce sulle condizioni che determinano l'architettura di un sistema planetario.

Gli espopianeti osservati dall’equipe di Roberto Sanchis-Ojeda del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston sono tre, e girano attorno a una stella simile al Sole chiamata Kepler 30, in onore del telescopio con il quale è stata studiata, il Kepler della NASA. I pianeti sono stati chiamati Kepler-30b, Kepler-30c, Kepler-30d e sono tutti piu' grandi della Terra: hanno rispettivamente il raggio circa 4 volte, 13 volte e 10 volte il raggio del nostro pianeta.

Ma lo studio è innovativo soprattutto per quanto riguardo l’architettura dei sistemi solari: l’equatore del Sole e i piani orbitali dei pianeti sono quasi allineati e i ricercatori credono che probabilmente tutti i corpi si siano formati a partire da un unico disco di gas rotante.

In molti sistemi extrasolari, invece, i pianeti non hanno questa disposizione e presentano orbite più disordinate, non allineate con l'equatore stellare probabilmente a causa di caotiche interazioni dei pianeti durante la loro formazione o a causa di influenze dovute a stelle vicine.

Lorenzo Canciani.




domenica 18 marzo 2012

Nasa: storia dell'evoluzione geologica della Luna.

Credit: Nasa
Il team del Lunar Reconnaissance Orbiter della Goddard Space Flight Center di Greenbelt della NASA nel Maryland ha realizzato due video sull'evoluzione geologica della Luna.

Nel primo si vede una ricostruzione della possibile evoluzione del nostro Satellite. Nel secondo, invece, un tour virtuale dello stesso, reso possibile grazie alle foto scattate dalla sonda LRO.

Di seguito il video della rubrica Pulsar Magazine dell'Asi-Tv (Agenzia Spaziale Italiana).





Una scintillante distesa di stelle. Messier 9.

L'ammasso globulare M9 ripreso
in tutto il suo splendore dal
telescopio spaziale Hubble.
Crediti: NASA&ESA
L'AMMASSO M9 RIPRESO DA HUBBLE.

250.000 stelle nella più dettagliata immagine mai presa dell'ammasso globulare Messier 9. Una vista mozzafiato ottenuta dalla Advanced Camera for Surveys del telescopio spaziale Hubble.

Di Marco Galliani

Nebulosa priva di stelle nella gamba destra di Ofiuco. Tonda e debole.” Così Charles Messier descrive il nono oggetto del suo celeberrimo catalogo, da lui osservato per la prima volta durante la notte del 28 maggio 1764. In realtà quella macchiolina indefinita era un ammasso di stelle, che William Herschel riuscì a risolvere per la prima volta nel 1784. Da allora la strumentazione astronomica e le tecniche di ripresa hanno fatto passi da gigante, regalandoci viste sempre più dettagliate degli oggetti celesti. E proprio l’immagine di M9, ottenuta dal telescopio spaziale Hubble appena pubblicata ne è la migliore, spettacolare conferma.

Ben 250.000 stelle sono visibili nella ripresa più dettagliata mai ottenuta dell’ammasso globulare, che si trova a circa 25000 anni luce da noi, in direzione del centro della nostra Galassia. Messier 9, così come gli altri ammassi globulari, ospita alcune delle stelle più antiche che popolano la Via Lattea, formatesi quando l’universo aveva solo una piccola frazione della sua età attuale. Oltre ad essere molto più antiche del Sole -- circa il doppio della sua età -- le stelle di Messier 9 possiedono anche una differente composizione chimica, in cui l’abbondanza di elementi pesanti è molto inferiore rispetto a quella riscontrata nella nostra stella. Nella splendida immagine, oltre al nugolo di astri, si percepiscono chiaramente i loro differenti colori. Un caleidoscopio di sfumature, che vanno dal rosso, indice di temperature superficiali relativamente basse, al blu, associato alle stelle più calde.

 Gli spledenti gioielli di Messier 9 - di Stefano Parisini (Inaf-Tv)



Link articolo: www.media.inaf.it

Marte: scoperti centinaia di vulcani di fango.

Il Pianeta Rosso
L'acqua è sparita dalla superficie, ma è rimasta molto più a lungo nel sottosuolo.

Centinaia di vulcani di fango su Marte raccontano la storia di un pianeta che non finisce mai di sorprendere e che, anche quando l’acqua liquida era sparita dalla superficie, potrebbe avere continuato ad avere fiumi sotterranei.

L’ipotesi arriva dalla ricerca italiana pubblicata sulla rivista Earth and Planetary Science Letters. A permettere di ricostruire la natura dei vulcani sono stati i dati dei tanti satelliti in orbita attorno a Marte e soprattutto quelli dello strumento Hirise a bordo dell’americano Mars Reconnaissance Orbiter (Mro), analizzati dai ricercatori della Scuola Internazionale per la ricerca nelle scienza planetarie (Irsps) dell’universita’ ’’Gabriele D’Annunzio’’ di Pescara, diretta da Gian Gabriele Ori. I vulcani hanno una forma conica, con una base che ha diametro compreso fra 100 e 500 metri, e sono alti qualche decina di metri.

Alla sommita’ hanno una sorta di depressione, simile a un cratere. ’’Sono troppo piccoli per essere veri vulcani e non sono nemmeno coni di cenere’’, spiega la coordinatrice della ricerca, Monica Pondrelli. Considerando la loro composizione, l’ipotesi piu’ verosimile e’ che siano ’’vulcani di fango, formati da fluidi, gas e fango risaliti in superficie’’. I vulcani finora studiati si trovano nel grande cratere Firsoff, in prossimita’ dell’equatore marziano. ’’Adesso andremo a cercare strutture simili in altre zone di Marte’’, prosegue Pondrelli. 

Di sicuro, aggiunge, ’’Marte ha una vita sotterranea sorprendente: a partire da un certo punto della sua storia geologica, sulla superficie e’ scomparsa ogni traccia di acqua liquida, ma questo non significa che non ci sia stata acqua in profondita’’’. Perche’ il fango possa formarsi, infatti, e’ necessaria la presenza di acqua allo stato liquido. Si fanno strada anche delle ipotesi (ma per il momento sono soltanto tali) sulla possibile comparsa di forme di vita nel sottosuolo di Marte. Potrebbe avere avuto origine da qui ed essere stato portato in superficie dai vulcani di fango, l’abbondante metano osservato in passato da alcuni satelliti in orbita intorno al pianeta rosso.

Link articolo: www.meteoweb.eu

lunedì 12 marzo 2012

L’effervescente Via Lattea

www.media.inaf.it
BOLLE GALATTICHE

Un corpo di volontari di oltre 35mila astronomi, alla caccia, su dati del telescopio spaziale Spitzer, delle bolle della Via Lattea, scoprendone oltre 5000

Di Francesco Rea

5000 bolle nella nostra galassia. A gonfiarle sono le nuove calde giovani stelle che fanno della Via Lattea una galassia ancora “effervescente”, come le bollicine fanno dello champagne.

A scoprirle un cospicuo numero di volontari, oltre 35mila, che hanno utilizzato i dati del telescopio Spitzer scoprendo più di 5.000 “bolle” nel disco della nostra galassia Via Lattea. Giovani, stelle calde che soffiano queste bolle, con le polevri e il gas circostante, indicando così le aree di formazione stellare più recenti.

“Questi risultati ci fanno sospettare che la Via Lattea sia molto più attiva di formazione stellare di quanto si pensasse”, dice Bressert Eli, che sta svolgendon un dottorato di astrofisica presso l‘European Southern Observatory e studente dell’Università di Exeter, in Inghilterra, co-autore di un documento presentato alle Monthly Notices della Royal Astronomical Society.

E se i programmi realizzati per il computer fanno fatica ad individuare le bolle cosmiche, gli occhi e delle menti umane fanno un ottimo lavoro nell’individuare i segni distintivi delle bolle. Il progetto “la Via Lattea attinge alla saggezza delle folle”, richiede che siano almeno in cinque i ricercatori a contrassegnare una potenziale bolla prima della sua inclusione nel nuovo catalogo.

Le bolle contrassegnati dai volontari variano in dimensione e forma sia a causa della distanza che a causa delle variazioni della nube di gas.

“Il progetto (Project Milky Way) ha evidenziato che quasi un terzo delle bolle rispondono a ‘gerarchie’, bolle più piccole si trovano intorno al cerchio di bolle più grandi”, ha detto Matthew Povich, Postdoctoral Fellow National Science Foundation Astronomy and Astrophysics presso Penn State, University Park, e co-autore della carta. “Questo suggerisce che nuove generazioni di formazione stellare vengono generate dalle bolle in espansione”.

Ma forse la sorpresa più grande di questo lavoro è che queste bolle siano più numerose su entrambi i lati del centro galattico. “Ci si aspetterebbe di avre un picco di formazione stellare nel centro galattico, perché è lì che la maggior parte del gas è denso”, ha detto Bressert. “Alla fine questo progetto ci sta portando più domande che risposte”.

Inoltre, gli utenti di Project Milky Way hanno individuato molti altri fenomeni, quali ammassi stellari e nebulose oscure, così come gassosi “nodi verdi” e “oggetti sfocati rossi”. Nel frattempo, il lavoro con le bolle continua.

Link articolo: www.media.inaf.it

domenica 11 marzo 2012

Astronomia: una gemella della nebulosa Trifida.

Credit: Adam Block,
Mt. Lemmon SkyCenter,
University of Arizona
Qualche osservatore occasionale del cielo potrebbe pensare di conoscere questa nebulosa associandola alla nebulosa Trifida. Situata a 2100 anni luce dalla Terra e vasta circa 3 anni luce, in realtà NGC 1579 è una nebulosa famosa soltanto per la sua notevole somiglianza alla nebulosa Trifida del Sagittario, che è in realtà un oggetto soltanto simile ma ben distinto e separato. 

Questo oggetto si trova invece nella costellazione del Perseo, in una posizione molto più a nord della gemella. Il contrasto di colori tra il blù ed il rosso la rende un magnifico oggetto, mentre le corsie scure sulla sua superficie rappresentano delle strisce di polvere nelle regioni centrali della nebulosa. L’oggetto è di tipo a riflessione, ossia splende grazie alla luce riflessa delle sue stelle. 

Ma a differenza della Trifida, in NGC 1579 il bagliore rossastro non è l’emissione di nubi e gas incandescenti di idrogeno eccitato dalla luce ultravioletta proveniente da una stella calda limitrofa. La polvere invece diminuisce drasticamente, si arrossa e diffonde la luce proveniente da una stella giovane di grande massa, essa stessa forte emettitrice di luce del caratteristico colore rosso dell’H-alfa.

Di Renato Sansone

Link articolo: www.meteoweb.eu

Luci notturne dallo spazio. Seconda parte.

Ecco la seconda carrellata di immagini notturne del nostro pianeta viste dallo spazio. Fonte delle foto: Nasa.

Nord Ovest dell' Europa

Sud Italia

Milano

Montreal - Canada

A Nord della Cina

Link prima parte: Il blog di Canc

E non finisce qua. A breve la prossima puntata ...

sabato 10 marzo 2012

Nuova tempesta solare in arrivo: l’energia complessiva è pari a 2 milioni di tonnellate di tritolo

www.meteoweb.eu
Le tempeste solari che stanno impattando in questi giorni contro il campo magnetico terrestre stanno mollando un pò la presa in queste ore, dove la nostra magnetosfera può ricompattarsi dopo l’estenuante difesa contro particelle energetiche e nubi di plasma in arrivo a grande velocità. Non ci sarà nemmeno il tempo di “rifiatare” però, che altre tempeste solari raggiungeranno il nostro pianeta nelle prossime ore, determinando nuove tempeste geomagnetiche

Un brillamento di classe M6 infatti, è stato visto esplodere nella giornata di ieri dalla superficie della nostra stella, innescando una nuova espulsione di massa coronale (CME) e conseguente vento solare in accentuazione. 

Nelle scorse notti aurore boreali spettacolari hanno illuminato i cieli delle alte latitudini, e torneranno a farlo non appena le particelle attaccheranno la protezione presente all’esterno del nostro pianeta. La tempesta in arrivo è al momento classificata nella categoria M, che indica un livello di intensità intermedio tra la classe C (la piu’ debole e praticamente priva di serie conseguenze) e la classe X (la più forte e rischiosa per il funzionamento di satelliti, telecomunicazioni e linee elettriche). A scatenare lo tsunami solare è ancora la stessa area attiva che nel giro di pochi giorni ha provocato ben due tempeste, chiamata AR1429

Nel frattempo il telescopio SDO (Solar Dynamics Observatory) della Nasa ha inviato a Terra i primi dati dello tsunami solare, che ha sollevato un getto di plasma, ossia di particelle elettricamente cariche, alto cento chilometri e lo ha scagliato nello spazio alla velocità di 250 chilometri al secondo, con un energia complessiva di 2 milioni di megatoni (pari a quella che liberata dall’esplosione di 2 milioni di tonnellate di tritolo). 

Secondo i modelli elaborati dal centro Goddard della Nasa è probabile che lo sciame di particelle possa raggiungere Marte il 13 marzo e che lungo il percorso possa colpire la sonda americana MSL (Mars Science Lab), sulla quale si trova il rover-laboratorio Curiosity. Potrebbe essere un anticipo di attività per il laboratorio destinato a cercare vita su Marte in quanto i suoi strumenti potrebbero registrare alcuni dati sul bombardamento di particelle che li investirà.

Di Renato Sansone

Link articolo: www.meteoweb.eu

Articolo precedente: Tempeste solari e aurore boreali.

Luci notturne dallo spazio. Parte prima.

Di seguito propongo una prima carrellata di immagini notturne del nostro pianeta viste dallo spazio. Fonte delle foto: Nasa.

Dubai - Emirati Arabi Uniti





Sud Est degli Stati Uniti

Penisola Iberica

Midwest Stati Uniti con Aurora Boreale

India - Pakistan

A breve le prossime puntate ...

Link seconda parte: Il blog di Canc


giovedì 8 marzo 2012

E’in atto la tempesta solare più intensa degli ultimi 5 anni: allerta per il traffico aereo.

Credit: Nasa
E’in atto la tempesta solare più intensa degli ultimi 5 anni, e secondo gli esperti di meteorologia spaziale potrà causare disturbi ai satelliti, alle reti elettriche e alle reti di comunicazione per le prossime 24 ore. Due intensi flare solari hanno eruttato dalla superficie della nostra stella Martedì scorso, espellendo un’onda di plasma e particelle cariche verso la Terra. Dopo un’accelerazione sino a 6.4 milioni di Km/h, questa eruzione di materiale, chiamata espulsione di massa coronale (CME), si è diretta verso la Terra. La tempesta dovrebbe creare forti perturbazioni a causa di una strana combinazione di intense emissioni magnetiche, radio e radiazioni, il che la rende la più forte tempesta solare globale dal Dicembre 2006, anche se secondo i funzionari di meteorologia spaziale il flare che l’ha generata non è stato il più potente. L’eruzione solare ha raggiunto la Terra alle 11:45 (ora italiana) in modo soltanto radente, ma le particelle continueranno ad interagire con il campo magnetico terrestre per tutta la giornata. La CME scatenerà probabilmente un’intensa tempesta geomagnetica e le radiazioni potrebbero interagire con i satelliti in orbita intorno al nostro pianeta. Potrebbero verificarsi problemi di comunicazione per tutti gli aerei che volano sopra le calotte polari terrestri, e alcuni aerei di linea hanno già adottato misure precauzionali. “C’è la possibilità di correnti indotte sulle reti elettriche“, ha detto ai giornalisti Joseph Kunches, uno specialista in metereologia spaziale dell’Amministrazione Nazionale Oceanica ed Atmosferica degli Stati Uniti (NOAA, nell’acronimo in inglese). “Gli operatori di reti elettriche sono stati tutti allertati. Potrebbero iniziare a verificarsi alcune correnti indotte indesiderate“, dice lo scienziato.

Gli effetti di questa tempesta solare è probabile che durino per 24 ore, con stascichi nelle ore successive. Si attendono le aurore boreali più intense dell’anno anche a latitudini molto basse, con possibili interruzioni di comunicazioni radio ad alta frequenza, problemi ai sistemi di posizionamento globale (GPS), gli oleodotti, i topografi, alcune attività agricole e appunto reti elettriche, dicono gli scienziati della NASA in un comunicato. Non dovrebbero essere interessati invece i GPS delle nostre automobili. Gli effetti del bombardamento verso il nostro campo magnetico si osserverà attraverso le luci delle aurore boreali in quelle aree dove naturalmente è notte, anche se la luce della Luna potrebbe leggermente interferire con l’evento. Al momento non sussitono pericoli per la salute umana, in quanto il nostro campo magnetico offre una degna protezione alla tempesta. Il Sole è nella sua fase ascendente verso il picco massimo che si verificherà nel 2013. Prepariamoci dunque a convivere con queste tempeste che di norma, divengono sempre più frequenti ed intense in prossimità del massimo solare.

Di Renato Sansone

Link articolo:  www.meteoweb.eu

martedì 6 marzo 2012

Esplosioni sopra Venere

www.media.inaf.it
HOT FLOW ANOMALY

Sono violenti rilasci di energia dovuti all'interazione del vento solare con l'ambiente attorno ai pianeti. Attorno alla Terra se ne verifica in media uno al giorno. Ora un team di scienziati ne ha individuato per la prima volta uno avvenuto sopra Venere. Decisivi i dati raccolti dalla sonda Venus Express dell'ESA. 

Di Marco Galliani

Tutti i pianeti del Sistema solare devono fare i conti con il vento solare, il flusso di particelle e gas allo stato di plasma che la nostra stella emette continuamente. Questa tenue brezza, che porta con sé solo poche particelle per centimetro cubo, si propaga però con velocità elevatissime, che superano abbondantemente il milione di chilometri l’ora. Da noi, sulla Terra, l’impatto del vento solare è fortunatamente mitigato dal campo magnetico che possiede il nostro pianeta. Una sorta di guscio invisibile posto a circa 70.000 chilometri da noi che ci scherma, deflettendo la stragrande maggioranza delle particelle del vento solare verso i confini dell’eliosfera.

Ma non tutti i pianeti possiedono un campo magnetico. Venere è uno di questi. Cosa succede quando il vento solare si scontra con gli strati più alti della sua spessa atmosfera, ben 90 volte più densa di quella terrestre? Questa condizione produce fenomeni molto complessi e interessanti, che ancora non sono stati del tutto bene compresi e sui quali ha indagato un team guidato da scienziati del Goddard Space Flight Center della NASA.
Un’indagine che ha portato alla scoperta di una sorta di esplosione avvenuta sopra il pianeta, che prende il nome di Hot Flow Anomaly (HFA). Questo tipo di eventi, che avvengono anche nell’ambiente terrestre, produce una temporanea inversione del flusso del vento solare che spazza Venere, creando una sorta di ‘rimbalzo’ di materia.

“Nell’ambiente terrestre le Hot Flow Anomalies in media si registrano una volta al giorno” dice Glyn Collinson, del centro di ricerca della NASA e primo autore dell’articolo sulla scoperta in corso di pubblicazione sulla rivista Journal of Geophysical Research. “Sono state osservate su Saturno, forse anche su Marte, e ora ne abbiamo registrato la loro traccia nell’ambiente di Venere. Poiché il pianeta non possiede campo magnetico, l’esplosione avviene proprio sopra la sua superficie”.

La caccia agli HFA su Venere è iniziata nel 2009, quando il satellite Messenger della NASA, che in realtà è una missione dedicata allo studio di Mercurio, ha individuato quello che potrebbe essere stato un HFA nell’ambiente venusiano. Ma gli strumenti e la posizione della sonda potevano solo limitarsi a suggerire la possibilità di questo evento. La certezza sarebbe arrivata solo da misure dirette delle proprietà del materiale in allontanamento da Venere. Ecco allora l’idea di studiare i dati della sonda Venus Express dell’ESA, che dal 2007 era già attorno al pianeta e raccoglieva ininterrottamente informazioni sulla sua atmosfera e sulla sua struttura.

Il team ha passato al setaccio le misure di campo magnetico e temperatura delle particelle attorno al pianeta per individuare se ci fossero dei segnali di cambiamenti repentini nei valori di temperatura e campo magnetico durante le sue orbite, segnale inequivocabile che la sonda aveva attraversato una di queste smisurate esplosioni: un po’ come quello che accade quando un proiettile colpisce e attraversa una mongolfiera in volo, trovando al suo interno una temperatura più alta rispetto all’ambiente circostante. Ma nel caso di Venus Express, questo attraversamento doveva essere accompagnato da altri segnali, come un salto repentino nei valori dei campi magnetici e nella densità dell’ambiente attraversato, poiché le regioni interne degli HFA sono meno dense di quelle circostanti. Il lavoro è stato lungo e molto complesso, anche perché gli strumenti di Venus Express non erano stati progettati per questo specifico tipo di indagini. Ma come a volte accade, la tenacia degli scienziati è stata ripagata. Tra i dati analizzati è infatti spuntato un evento, avvenuto il 22 marzo 2008, che mostra tutte le caratteristiche tipiche di una Hot Flow Anomaly.

Anche in questo caso è grazie ai preziosi dati raccolti da Venus Express se è stato possibile scoprire questi fenomeni su Venere. Ma gli scienziati sono andati oltre, e hanno provato a ipotizzare quali siano i processi che portano alla formazione di un evento HFA sul pianeta. Il vento solare in movimento trasporta con sé campi magnetici di origine solare, che possono cambiare direzione bruscamente, producendo delle discontinuità. A volte queste discontinuità si allineano con il flusso del vento solare, in modo da rimanere in contatto con quello che viene chiamato il bow shock, la regione dove il vento solare supersonico rallenta bruscamente e viene deflesso attorno al pianeta. Se le discontinuità del campo magnetico viaggiano lentamente attraverso il bow shock, sono in grado di intrappolare particelle che possono andare a formare una ‘sacca’ di plasma a 10 milioni di gradi che può raggiungere le dimensioni della Terra. Queste particelle intrappolate emettono così potenti onde d’urto che creano gli sconvolgimenti osservati nel flusso del vento solare.

Link articolo: www.media.inaf.it

lunedì 5 marzo 2012

Asteroide in rotta di collisione, gli scienziati dicono di no!

http://terrarealtime.blogspot.com
L’asteroide 2012 DA14 sfiorerà la Terra il 15 febbraio 2013. L’oggetto celeste passerà ad appena 27 mila chilometri dal pianeta, ma gli astronomi escludono per ora la possibilità di una collisione. La probabilità infatti che Da14 giunga sulla Terra per la Nasa è 1 su 4,550. 

Questo non significa però l’assoluta certezza di salvezza: l’orbita degli asteroidi varia ed in futuro Da14 potrebbe pericolosamente avvicinarsi. L’asteroide ha un diametro di 45 metri e la sua orbita è simile a quella della Terra: gira attorno al Sole tra il nostro pianeta e Marte, disegnando un’ellisse inclinata rispetto al piano dell’orbita terrestre.

Impossibile per gli astronomi definire l’orbita dell’asteroide senza ulteriori osservazioni. Sebbene per il 2013 la distanza di passaggio, di appena 27 mila chilometri, rimane un distanza di sicurezza dall’impatto stile “armageddon”, ma l’incredibile vicinanza renderà semplice l’osservazione del passaggio di Da14.
 
                       www.blizquotidiano.it 
 
Link correlati: www.agi.it

domenica 4 marzo 2012

I gas, le polveri e le stelle della costellazione di Orione.

Credit: Rogelio Bernal Andreo
(Deep Sky Colors)
La costellazione di Orione possiede molto di più di tre semplici stelle allineate. Una profonda esposizione mostra tutti i segreti che nasconde quest’area di cielo, dalle nebulose oscure agli ammassi stellari, racchiuse tra ciuffi gassosi nel complesso nebuloso molecolare di Orione. Le tre stelle più brillanti visibili all’estrema sinistra sono le famose tre stelle che compongono la cintura di Orione. 

Appena sotto Alnitak, la più bassa delle tre stelle della cintura, ecco la Nebulosa Fiamma, splendente grazie all’idrogeno eccitato e immersa in filamenti di polvere marrone scuro. Appena a destra di Alnitak si trova la Nebulosa Testa di Cavallo, una rientranza scura di polvere densa che ha forse le forme nebulari più conosciute del cielo. In alto a destra si trova M42 (dal catalogo Messier), la famosa Nebulosa di Orione, un calderone energetico di gas tumultuoso visibile anche ad occhio nudo che sta dando vita ad un nuovo ammasso stellare aperto. Subito a sinistra di M42 è visibile una nebulosa a riflessione dal colore bluastro a volte chiamata “Running Man”, che ospita molte nebulose blù. Gli oggetti ripresi in questa meravigliosa fotografia distano da noi circa 1500 anni luce.

Di Renato Sansone

Link articolo:  www.meteoweb.eu

L’arcobaleno infrarosso di Orione.

Immagine combinata delle osservazioni
del telescopio Spitzer della NASA
e della missione Herschel dell'ESA.
I dati di Spitzer, a lunghezze d’onda di
8 e 24 micron, sono resi in blu.
Quelli di Herschel, a 70 e 160 micron,
sono invece rappresentati
rispettivamente in verde e rosso.
Crediti: NASA/ESA/JPL-Caltech/IRAM
NOTATO UNO SFARFALLIO FRA LE GIOVANI STELLE

Osservazione congiunta per i telescopi Herschel e Spitzer delle due agenzie spaziali ESA e NASA. La coppia di occhi infrarossi inquadra la culla stellare della Nebulosa di Orione: una miriade di stelle allo stato embrionale avvolte in nubi di gas e polveri. 

Di Marco Malaspina
Spitzer ed Herschel come Starsky e Hutch. I due telescopi spaziali – il primo targato ESA, il secondo NASA – escono in missione in coppia con un obiettivo comune: perlustrare la Nebulosa di Orione per cogliere sul fatto la formazione delle stelle. Entrambi sensibili all’infrarosso, i due satelliti sono complementari: i sensori di Spitzer rendono al meglio con le onde più corte del vicino infrarosso, la porzione di spettro prossima alla luce visibile, mentre quelli di Herschel sono stati progettati per il lontano infrarosso, al confine con le microonde. E nel corso dell’appostamento mettono a segno un colpo da maestro, assistendo in diretta a una sorta di rito d’iniziazione: il processo turbolento e rissoso – fatto di bruschi innalzamenti e abbassamenti di temperatura – che porta le giovani stelle verso l’età adulta.

La visione a infrarossi dei due telescopi ha inquadrato una regione della Nebulosa di Orione popolata da una miriade di stelle allo stato embrionale avvolte in nubi di gas e polveri. Quando queste nubi si raggrumano per effetto della gravità, danno origine a globuli densi e caldi, avvolti e alimentati da dischi di materia. Nel corso di centinaia di migliaia di anni, alcune di queste protostelle aggregano una quantità di materiale sufficiente a innescare nel nucleo una fusione nucleare, accendendo così una nuova stella.

Nel corso dell’inverno e della primavera 2011, Herschel ha perlustrato questa regione del cielo una volta a settimana per sei settimane, raccogliendo con lo strumento PACS (Photodetector Array Camera and Spectrometer) gli indizi della presenza di particelle di polvere fredda. Nel frattempo, il “collega” Spitzer si è fatto carico di tenere sott’occhio la polvere più calda, che emette a lunghezze d’onda più corte. Combinando i dati così raccolti, gli astronomi hanno notato che la luminosità di molte fra le stelle più giovani ha subito, nell’arco di appena qualche settimana, variazioni superiori al 20 percento.

Poiché questo sfarfallio proviene dall’emissione infrarossa della materia fredda, il punto da cui ha origine deve trovarsi distante dal cuore caldo delle giovani stelle, probabilmente nel disco esterno o nel gas che le avvolge. Una distanza che la materia più esterna, nella sua discesa a spirale verso il cuore della stella, dovrebbe impiegare anni, se non addirittura secoli, per colmare. E non certo poche settimane. Com’è dunque possibile che le variazioni avvengano in un lasso di tempo così breve? Due le ipotesi degli astronomi. Una possibilità è che filamenti grumosi di gas s’incanalino verso le zone centrali della stella, innalzando temporaneamente la temperatura quando il disco interno viene raggiunto. Oppure, le variazioni potrebbero essere dovute all’ombra generata da accumuli occasionali di materiale sul bordo interno del disco.

Link articolo: www.media.inaf.it/2012/03/01/arcobaleno-infrarosso-orione

Link correlato: I gas, le polveri e le stelle della costellazione di Orione - Il blog di Canc

lunedì 27 febbraio 2012

Sono 760 i pianeti extrasolari scoperti dal 1995, ma si cerca il gemello della Terra.

www.meteoweb.eu
Per la maggior parte della storia, gli unici pianeti noti erano quelli visibili ad occhio nudo. Con l’invenzione del telescopio il numero dei pianeti del nostro sistema solare è salito a nove, per poi scendere a otto in virtù della “retrocessione” di Plutone a pianeta nano. Nel 1992 si ipotizzava la presenza di pianeti intorno ad una pulsar, mentre al 1995 risale la prima reale scoperta di un pianeta extrasolare orbitante attorno ad una stella della sequenza principale, denominato 51 Pegasi B

Successivamente si è verificato un vero e proprio boom di scoperte di questi oggetti, sino ad arrivare ai 760 attuali. La maggior parte sono pianeti giganti, i cosiddetti “pianeti gioviani caldi“, in quanto la loro dimensione li rende più facili da rilevare, ma gli astronomi credono in realtà che siano in inferiorità numerica rispetto a quelli di tipo roccioso come la Terra. Il reale obiettivo di queste scoperte infatti, oltre alla rilevanza scientifica, è quello di trovare pianeti rocciosi nella cosiddetta zona abitabile della stella, la porzione di spazio dove l’acqua può essere presente allo stato liquido e la temperatura ambientale ideale allo sviluppo della vita. 

Nel mese di Febbraio, gli astronomi hanno candidato il pianeta GJ 667Cc, di circa 4,5 volte la massa della Terra, come il mondo ideale ad ospitare la vita. Il Santo Graal della ricerca di pianeti extrasolari orbita alla giusta distanza dalla sua stella, ed è quindi nella famosa zona abitabile della stella. Lo strumento principale di ricerca è il telescopio spaziale Keplero della NASA, dal nome dell’astronomo tedesco Giovanni Keplero (nome originale Johannes Kepler). Il telescopio controlla la luminosità di oltre 145.000 stelle, e la sua tecnica è quella del transito del pianeta sulla sua stella. Attualmente ha identificato più di 2300 candidati pianeti extrasolari, la stragrande maggioranza dei quali probabilmente tali. Il telescopio continuerà le sue ricerche ininterrottamente, cercando il tanto atteso gemello della Terra.

Di Renato Sansone

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sabato 25 febbraio 2012

Un'altra Terra. Scoperta dal telescopio Hubble GJ1214b.

Rappresentazione artistica
fonte Nasa
Nel 2009 era stato scoperto GJ1214b, l'esopianeta ribatezzato "Waterworld" per la probabile presenza massiccia di H2O. Oggi, la Nasa, grazie al telescopio Hubble, conferma: il pianeta è quasi interamente ricoperto d'acqua.

GJ1214b è ufficialmente il primo pianeta di una classe del tutto nuova: quella dei pianeti quasi completamente ricoperti d'acqua. 

A darne la notizia è stato Zachory Berta, dell'Harvad Smithsonian Center for Astrophysics che ha analizzato i dati raccolti dal telescopio Hubble, i quali hanno dato conferma delle ipotesi già avanzate dagli scienzati sin dalla scoperta del pianeta.

GJ 1214b, che ruota con un'orbita strettissima (il periodo di rivoluzione dura appena 38 ore!) attorno alla nana rossa GJ 1214 nella costellazione di Ofiuco, a circa 40 anni luce dalla Terra, non è avvolto da una nebbia di idrogeno ed elio, ma da una spessa coltre di vapore acqueo. 

A causa delle alte temperature (circa 230 gradi Celisus secondo le stime) e della pressione elevata presente sul pianeta (20mila volte quella della Terra a livello del mare), l'acqua di GJ 1214b, soprannominato anche "Super Terra" per via della sua massa imponente (sette volte quella del nostro pianeta) non è paragonabile a quella che conosciamo sulla Terra: secondo gli scienzati infatti, queste particolari caratteristiche potrebbero generare acqua superfluida o ghiaccio bollente.

Servizio video di Stefano Parisini su Inaf Tv


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domenica 19 febbraio 2012

Tornado avvistato dalla NASA sulla superficie del Sole. Il video del fenomeno.

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Il Solar Dynamics Observatory della NASA, che registra costantemente video in alta definizione del Sole, ha catturato delle incredibili immagini di un tornado sulla superficie solare. Il video del tornado mostra vorticose fontane di plasma che strisciano sulla superficie della nostra stella durante un periodo di 30 ore tra il 7 e l’8 Febbraio. Ma a differenza dei tornado terrestri che sono basati esclusivamente su fenomeni legati al vento, le trombe d’aria di plasma avvistate sul Sole sono modellate dal potente campo magnetico della nostra stella. Nel video il materiale di plasma che presenta temperature inferiori appare più scuro sullo sfondo luminoso.  La sonda SDO ha registrato il video nella gamma ultravioletta estrema dello spettro della luce, dando al film una tonalità giallo inquietante. La NASA ha rilasciato il nuovo video per celebrare il secondo anniversario della missione della sonda, lanciata l’11 febbraio 2010. Costata 850 milioni di dollari, la navicella sta affrontando una missione quinquiennale al fine di registrare video ad alta definizione, e per aiutare gli astronomi a comprendere come i cambiamenti del ciclo solare possano influire sulla vita della Terra. Come più volte ribadito il Sole si trova nel suo ciclo 24 e raggiungerà il picco della sua massima attività nel 2013.

di Renato Sansone


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