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domenica 25 marzo 2012

Pianeti Superman

Pianeta in fuga nello spazio interstellare.
Crediti: David A. Aguilar (CfA)
FIONDATI A VELOCITA' QUASI RELATIVISTICHE.

Li chiamano pianeti iperveloci, e vengono sparati da un buco nero a velocità superiori ai 10mila km al secondo. Per ora stanno solo in una simulazione, ma un team di astronomi del CfA sostiene che esistono davvero. E che saremmo pure in grado di vederli.

Di Marco Malaspina

Un autovelox galattico farebbe strage di punti. Poco meno di 50 milioni di chilometri all’ora: a tanto possono arrivare i pianeti iperveloci. Velocità che siamo soliti associare a infinitesimali particelle sparate lungo il tunnel d’un acceleratore. Qui, invece, altro che impalpabili neutrini: a sfrecciare sarebbero interi mondi, eventuali abitanti compresi. Mondi in fuga, scampati alle grinfie d’un buco nero e capaci di lasciarsi alle spalle persino la Via Lattea.

È la conclusione alla quale sono giunti Idan Ginsburg, Avi Loeb e Gary Wegner, astrofisici teorici del Dartmouth College e della Harvard University. Non solo: stando ai risultati delle loro simulazioni, già sottomessi per la pubblicazione a Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, con gli strumenti giusti e un pizzico di fortuna potremmo pure vederne qualcuno, di questi pianeti. Per rimanere gravitazionalmente appresso alla loro stella madre, infatti, devono girarle attorno in un’orbita strettissima. Aumentando così fino a una su due le probabilità di osservarne il transito.

«Che io sappia, a parte le particelle subatomiche, non c’è niente che riesca ad abbandonare la nostra galassia più in fretta di quanto facciano questi pianeti in fuga», dice il primo autore dello studio, Idan Ginsburg, del Dartmouth College. «Viverci sopra», aggiunge Avi Loeb dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, «è come farsi una cavalcata a briglie sciolte che parte dal centro della galassia per poi perdersi nell’universo».

Ma cos’è che li può scagliare attraverso il cosmo a velocità così pazzesche? Per capirlo, occorre fare un passo indietro, e tornare a circa sette anni fa, quando gli astronomi rimasero di stucco innanzi alla scoperta della prima stella iperveloce, in fuga dalla Via Lattea a quasi due milioni e mezzo di chilometri orari. Stelle del genere, si è poi compreso, sono le sopravvissute d’un sistema binario incappato in un buco nero. Se una delle due soltanto finisce risucchiata dal campo gravitazionale del mostro, l’altra, la più fortunata, strappata dall’abbraccio con la compagna, viene letteralmente fiondata via.

Ora, supponiamo che entrambe abbiano un pianeta o due che orbitavano loro attorno. Che fine farebbero? È esattamente questa la circostanza simulata dai tre astrofisici. Ciò che è emerso è che la stella sopravvissuta potrebbe riuscire a dare uno strappo anche ai suoi pianeti, portandoseli appresso nella sua fuga verso la salvezza. Ma anche il pianeta agganciato all’altra stella, quella condannata a finire nel buco nero, potrebbe riuscire a divincolarsi dall’abbraccio mortale. Se ciò accadesse, la velocità alla quale verrebbe sparato nel buio gelido dello spazio interstellare sarebbe semplicemente folle. Tipicamente, dai 10 ai 16 milioni di chilometri all’ora, dice la simulazione. E in condizioni particolarmente “favorevoli” anche a velocità superiori: fino, appunto, ai 50 milioni di chilometri all’ora che dicevamo. Roba che a stargli dietro verrebbe il fiatone pure all’Enterprise di Star Trek.

Per saperne di più:
Link articolo: www.media.inaf.it

lunedì 27 febbraio 2012

Sono 760 i pianeti extrasolari scoperti dal 1995, ma si cerca il gemello della Terra.

www.meteoweb.eu
Per la maggior parte della storia, gli unici pianeti noti erano quelli visibili ad occhio nudo. Con l’invenzione del telescopio il numero dei pianeti del nostro sistema solare è salito a nove, per poi scendere a otto in virtù della “retrocessione” di Plutone a pianeta nano. Nel 1992 si ipotizzava la presenza di pianeti intorno ad una pulsar, mentre al 1995 risale la prima reale scoperta di un pianeta extrasolare orbitante attorno ad una stella della sequenza principale, denominato 51 Pegasi B

Successivamente si è verificato un vero e proprio boom di scoperte di questi oggetti, sino ad arrivare ai 760 attuali. La maggior parte sono pianeti giganti, i cosiddetti “pianeti gioviani caldi“, in quanto la loro dimensione li rende più facili da rilevare, ma gli astronomi credono in realtà che siano in inferiorità numerica rispetto a quelli di tipo roccioso come la Terra. Il reale obiettivo di queste scoperte infatti, oltre alla rilevanza scientifica, è quello di trovare pianeti rocciosi nella cosiddetta zona abitabile della stella, la porzione di spazio dove l’acqua può essere presente allo stato liquido e la temperatura ambientale ideale allo sviluppo della vita. 

Nel mese di Febbraio, gli astronomi hanno candidato il pianeta GJ 667Cc, di circa 4,5 volte la massa della Terra, come il mondo ideale ad ospitare la vita. Il Santo Graal della ricerca di pianeti extrasolari orbita alla giusta distanza dalla sua stella, ed è quindi nella famosa zona abitabile della stella. Lo strumento principale di ricerca è il telescopio spaziale Keplero della NASA, dal nome dell’astronomo tedesco Giovanni Keplero (nome originale Johannes Kepler). Il telescopio controlla la luminosità di oltre 145.000 stelle, e la sua tecnica è quella del transito del pianeta sulla sua stella. Attualmente ha identificato più di 2300 candidati pianeti extrasolari, la stragrande maggioranza dei quali probabilmente tali. Il telescopio continuerà le sue ricerche ininterrottamente, cercando il tanto atteso gemello della Terra.

Di Renato Sansone

Link articolo: www.meteoweb.eu

sabato 25 febbraio 2012

Pianeti nomadi, la Via Lattea ne è piena.

Rappresentazione artisticadi un pianeta
nomade delle dimensioni di Giove.
Crediti: Wikimedia

PUR SENZA STELLA POTREBBERO OSPITARE LA VITA
 
Uno studio non ancora pubblicato, realizzato al KIPAC usando la tecnica del microlensing, stima che i pianeti orfani della stella madre possano essere, nella Via Lattea, fino a 100mila per ogni stella di sequenza principale. Fra gli autori, l’italiano Matteo Barnabè, che abbiamo intervistato.
 
Di Marco Malaspina.
 
Le stelle vi sembrano tante? Allora tenetevi stretti: i pianeti potrebbero essere centomila volte di più. Lo afferma uno studio del KIPAC, il Kavli Institute for Particle Astrophysics and Cosmology – un laboratorio indipendente della Stanford University, ospitato presso lo SLAC National Accelerator Laboratory. Una stima, si badi bene, che non implica improbabili sistemi solari con migliaia e migliaia di mondi in orbita l’uno attorno all’altro, un incubo gravitazionale che solo a immaginarlo darebbe le vertigini. Al contrario, i protagonisti di quest’esplosione demografica non orbitano: piuttosto, vagabondano. Sarebbero infatti pianeti orfani della stella madre, milioni di miliardi di mondi – alcuni più piccoli di Plutone, altri più grandi di Giove – che errano in solitudine nello spazio interstellare.

A rendere ancor più suggestiva l’ipotesi della ricerca, sottoposta per la pubblicazione a Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, la possibilità che alcuni di questi mondi, pur senza una stella che li riscaldi, possano comunque ospitare la vita. «Se ce ne sono di grandi al punto da essere circondati da un’atmosfera abbastanza spessa, potrebbero aver intrappolato calore a sufficienza per consentire l’esistenza di forme di vita batterica», spiega infatti Louis Strigari, primo autore dello studio. Calore generato internamente, per esempio attraverso il decadimento radioattivo e l’attività tettonica.

Matteo Barnabè
Ma come si è potuti giungere a una stima così elevata, quando fino a oggi gli scienziati ritenevano che di pianeti nomadi potessero essercene, in media, due soltanto per ogni stella di sequenza principale? Lo abbiamo chiesto al secondo autore dello studio, Matteo Barnabè, astronomo italiano attualmente in forze alla Stanford University.

«La nostra stima del numero dei pianeti nomadi presenti nella nostra galassia è stata calcolata sulla base della recente scoperta, mediante una tecnica chiamata microlensing, di circa 10 di questi oggetti in una piccola regione nel bulge galattico, cioè nei pressi del centro della nostra galassia. Abbiamo tratto le conseguenze di questa scoperta per quanto riguarda la popolazione globale dei pianeti nomadi, mostrando che potrebbero esistere, per ogni normale stella di main sequence, fino a 700 nomadi con la massa della Terra e fino a 100.000 nomadi con la massa di Plutone».

Una cifra da capogiro, almeno per noi profani, pensando ai miliardi di stelle presenti nella Via Lattea. Qual è stata la vostra prima reazione, quando vi siete resi conto dell’enormità della vostra stima?

«Di fronte a questi numeri (che costituiscono un limite superiore) la nostra prima reazione è stata di sorpresa, seguita poi dall’entusiasmo quando abbiamo calcolato che questi numeri “astronomici” sono consistenti con quello che sappiamo sulla nostra galassia, e quindi questi valori sono plausibili. Anche per noi l’idea che ci siano così tanti pianeti che vagabondano negli spazi interstellari – infatti, in inglese, spesso vengono chiamati anche rogue planets, cioè “pianeti vagabondi” – è molto affascinante, e infatti abbiamo dedicato gran parte dell’articolo a spiegare come possiamo individuarli (mediante il microlensing, appunto) e determinare in modo molto più preciso quanti ce ne sono utilizzando strumenti astronomici che saranno disponibili nei prossimi anni, come per esempio  GAIA, LSST e WFIRST».

Lasciando ora da parte i pianeti, ma rimanendo pur sempre sul nomadismo, questa volta intellettuale: lei come ci è arrivato, a Stanford?

«Il mio viaggio dall’Italia agli Stati Uniti è iniziato a Bologna. Mi sono laureato in astronomia nel 2004 con il professor Luca Ciotti, poi ho lasciato l’Italia per conseguire il dottorato a Groningen, in Olanda. Dopo il dottorato, nel 2009, ho proseguito il mio lavoro di ricerca come postdoc negli Stati Uniti, in California. Ho lavorato un paio mesi a Santa Barbara, e ora mi sono spostato qui a Stanford, dove ho una fellowship di 3 anni».

Stanford è per noi l’università dove Steve Jobs ha tenuto, nel 2005, il suo discorso leggendario, “stay hungry, stay foolish”. Com’è viverci, lavorarci?

«Fare ricerca a Stanford e vivere qui a Palo Alto, nel cuore della Silicon Valley, è molto stimolante sia dal punto di vista scientifico e accademico, sia per l’ambiente circostante vivace ed estremamente dinamico. In quest’area, tra Palo Alto e Mountain View, l’interesse e l’entusiasmo per la scienza e la tecnologia sono generalizzati, e spesso anche le occasioni più inaspettate possono diventare terreno fertile per nuove idee».

Link articolo: www.inaf.it

sabato 7 gennaio 2012

Sagittarius A*, al centro della Via Lattea, ingoia una nube di gas

Fonte: Eso
Sagittarius A*, il buco nero supermassiccio più vicino a noi che sta al centro della nostra galassia, con una massa di 4 milioni di volte rispetto a quella del Sole, sta per inghiottire una nube di gas. Secondo la rivista Nature, lo spettacolo, unico nel suo genere, sarebbe osservabile nel 2013. A scoprirlo è stato Reinhard Genzel del Max-Planck Institute for Extraterrestrial Physics (MPE) a Garching, in Germania, grazie al Very Large Telescope dell'Eso, che all'interno di un programma ventennale che monitora il moto delle stelle attorno al buco nero massiccio, ha scoperto questo avvicinamento.

Fonte: Eso
La nube di polvere e gas ionizzato è composta principalmente da idrogeno ed elio. La sua massa è circa 3 volte il nostro pianeta ed ha una temperatura di circa 280 gradi centigradi. Negli ultimi anni la sua velocità è quasi raddoppiata, superando anche gli 8 milioni di km/h. Segue inoltre un'orbita molto allungata e secondo le stime già a metà del 2013 passerà ad una distanza di soli 40 miliardi di chilometri dall'orizzonte degli eventi del buco nero, una regione dello spazio-tempo oltre la quale nulla è più in grado di sfuggire alla forza attrattiva del buco nero, neppure la luce, e cessa la possibilità per un osservatore esterno di osservare quanto avviene oltre.


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